Da Kaladze a Kvaratskhelia: storia ed evoluzione del calcio georgiano

Il paese ha sempre vissuto un rapporto intenso con il football. Dagli albori sotto il dominio dell’Unione Sovietica fino al rapporto con l'Italia, con l’ex giocatore del Milan e l’attuale attaccante del Napoli che rendono la nostra Nazione influente nello sviluppo del calcio georgiano.

Il calcio italiano ha conosciuto, nell’arco della propria storia, un’infinità di giocatori provenienti da ogni angolo del globo.

Atleti diversi, etnie diverse, attitudini e caratteristiche umane e calcistiche differenti. Dal Brasile all’Argentina, dalla Sierra Leone agli Stati Uniti. Tutto l’emisfero dispone di un ambasciatore del nostro campionato.

Come una partita a Risiko, ma con il pallone tra i piedi.

E in questa enorme quantità rientra anche la piccola Georgia. Stato molto spesso dimenticato nella narrazione delle vicissitudini del mondo e non particolarmente brillante dal punto di vista calcistico.

Nonostante viva, da sempre, un rapporto estremamente intimo con questo sport. Dagli albori ad oggi. In mezzo anni e anni di cambiamenti e atleti che sono riusciti a diventare un dogma della Nazione. Avendo nell’Italia spesso e volentieri un trampolino fondamentale.

Da Kakhaber Kaladze, indimenticata bandiera del Milan dei giganti capace di vincere due Champions League ed uno scudetto.

Sino al fenomeno di oggi, Khvicha Kvaratskhelia, arrivato in punta di piedi dalla Dinamo Batumi con la veste di perfetto sconosciuto e dal nome, per noi italiani, quasi impronunciabile.

Per arrivare, con un grande impatto sul nostro campionato, ad essere uno delle punte di diamante di un Napoli che vuole sognare in grande.

Il mito del calcio georgiano durante l’URSS

La storia della Georgia è perfettamente immersa nelle dinamiche e negli avvenimenti che hanno coinvolto grandissima parte dell’Europa dell’est nell’ultimo secolo.

Il Paese, infatti, è stato per lunghi anni sotto l’egida dell’Unione Sovietica, diventando Repubblica indipendente solamente a seguito della perestrojka e dello scioglimento dell’URSS. Eventi che le permisero di conquistare l’indipendenza il 9 aprile del 1991.

Ad oggi, quindi, la Georgia è a tutti gli effetti un paese indipendente.

Fisiologicamente incapace, però, di dimenticare un passato che non può essere sradicato, continuando ad avere un impatto decisivo su alcuni aspetti della popolazione georgiana. Dai costumi, alle consuetudini, coinvolgendo anche lo sport.

Una delle impronte russe, infatti, riguarda sicuramente l’importanza che il calcio ha, oggi, nella cultura georgiana. Essendo tra le discipline più seguite insieme a basket, lotta, rugby e hockey su ghiaccio.

Il football era infatti lo sport nazionale dell’immensa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, tanto da unire tutte le realtà culturali concentrate al suo interno, rivelando diversi approcci stilistici e tecnici al gioco.

In un contesto fortemente Mosca-centrico con le influenze sportive di stampo russo a farla da padrone, ben presto si fecero notare quelle georgiane. Messe in mostra attraverso la Dinamo Batumi, squadra supportata dalle popolazioni georgiane e divisa da una forte rivalità con la Dinamo Kiev.

Il calcio messo in scena dal Batumi era distintamente tecnico, legato in modo particolare ai dettami del balletto locale denominato Kartuli, in forza di un binomio calcio – danza in quegli anni tratto distintivo delle comunità dell’attuale Georgia.



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Tanto da portare le illustrazioni dell’epoca a rappresentarne i calciatori intenti nel fare salti acrobatici verso il pallone, attraverso una cultura corporea differente e capace di rendere il football praticato esplosivo e colorato.

Ballerini e calciatori, quindi, reincarnavano una sorta di prodotto ibrido del football, percepito sin da subito come un’alternativa credibile al calcio sovietico predefinito.

Una sorta di visione alla Guardiola antesignana e georgiana, considerando che quello era visto da tutti come la costola più bella del calcio espresso dalla Nazione.

Tanto da collegarlo addirittura al futbol sudamericano, trovando dei nessi con la stilistica e con la capacità delle popolazioni latine di emergere, nonostante fossero considerate, all’epoca, arretrate.

Una vision di rivalsa che ben presto i sovietici vollero accostare proprio al calcio georgiano, provando a sfruttare il movimento come motivo di vanto e vessillo di un’URSS che durante la Guerra Fredda e agli occhi degli Stati Uniti doveva apparire come multietnica e iconografica del principio de “l’amicizia tra i popoli”.

Giungendo però ad un risultato inaspettato dato dalla volontà dei georgiani di emergere come tali e non come costola dell’Unione Sovietica, volendo dar risalto alla propria identità.

Forma mentis che da qui in avanti sarà il sale della convivenza coi sovietici e che porterà, gradualmente, ad un allontanamento costante fino all’indipendenza.

La Dinamo Batumi e la Dinamo Tbilisi

Prima dello scioglimento dell’enorme stato sovietico, però, vi è una cronistoria foltissima di eventi colorata da un nesso tra attualità, politica e football. Che ha toccato indelebilmente lo sport georgiano.

Le infiltrazioni comuniste sono infatti davvero ben visibili e concrete nel calcio. Tanto da dar linfa ed importanza ad una delle principali squadre dell’epoca, la Dinamo Batumi.

Che, curiosità, è la stessa società dalla quale è stato acquistato Kvaratskhelia, ad ennesima dimostrazione di come il passato sia alle spalle, ma non cancellato.

Questo sodalizio godeva di un particolare tifoso ovvero l’alter ego georgiano di Stalin (e a lui contemporaneo) Lavrentii Beria.

Una fedeltà al Batumi che lo porterà a diventarne presidente, ma anche a fare molto di più.

La squadra divenne infatti un tutt’uno con la NKVD, la polizia segreta nazionale, e nel 1939 riuscì a partecipare alla semifinale di Coppa Sovietica contro lo Spartak Mosca in una partita che per anni ha destato scalpore nell’Unione.

La partita era infatti stata vinta nettamente dai russi, ma intervenne Beria stesso per decretarne l’invalidità, permettendo alla Dinamo di rigiocarla e vincerla.

Una delle tante vicissitudini che ora sembrano assurde, ma che durante una dittatura erano all’ordine del giorno.



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Con Beria la Georgia, per la prima volta, godeva così di una massima carica politica nella stanza dei bottoni dell’Unione Sovietica.

E alla sua morte la situazione prese completamente un’altra piega.

Data dalla gelosia dei soviet di essere inferiori ai georgiani, provando a limitarne le gesta ponendo sempre allenatori russi al comando della Dinamo Tbilisi e della Dinamo Batumi per scemarne le particolarità calcistiche totalmente figlie della cultura georgiana e sminuendone le gesta con la stampa.

Tentativi che, però, non impedirono al paese di raccogliere trofei, tra i quali spicca una Coppa delle Coppe della Dinamo Tbilisi nel 1991. Ad un passo dall’indipendenza.

Kakhaber Kaladze, tra calcio e politica

Il Milan è una delle società mondiali che può vantare il miglior palmares. Trofei nazionali ed internazionali arricchiscono la sala trofei di Casa Milan, fornendo una fotografia di tutta la qualità che è passata per Milanello negli ultimi decenni.

E ciò che colpisce, se ci si ferma un attimo a pensare, è che questo talento raramente è stato solamente calcistico, ma anche umano.

Tutti i Milan più forti hanno sempre avuto delle teste intellettualmente rilevanti, abbinate a dei piedi talentuosi.

Da Paolo Maldini, dogma eterno della fede rossonera e ora dirigente capace di riportare lo scudetto sulle maglie di Leao e compagni, fino a Weah, ora presidente della sua Liberia e Kakhaber Kaladze.

Il georgiano è oggi, infatti, sindaco della capitale Tbilisi, a seguito di un percorso politico che l’ha accompagnato dal suo addio al calcio avvenuto nel 2012 con addosso la maglia del Genoa.

Una carriera sportiva pregna di storia locale, considerando la sua militanza in club come la Dinamo Tbilisi e la Dinamo Kiev opposte ai dettami sovietici.

E internazionale visto che nella decade in Rossonero è riuscito a vincere la bellezza di due Champions League, due Supercoppe Europee e un Mondiale per club.



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In mezzo a tutto questo calcio anche iniziative sociali volte ad aiutare il proprio amatissimo paese.

Nel 2008 fonda infatti la Fondazione Kala, con l'obiettivo di generare investimenti solidali per i cittadini georgiani colpiti dall'invasione russa. Con il difensore in grado di raccogliere 50.000 euro oltre che un accordo personale con Silvio Berlusconi sulla direzione degli aiuti italiani.

Oltre a questo, anche la pianificazione di una società di risorse energetiche, la Kala Capital, decantando una sensibilità verso l’argomento che lo porterà a diventare Ministro dell’Energia della Georgia dal 2012 al 2017.

E ancora prima, nel 2008, mentre giocava ancora nel Milan, è entrato a far parte del consiglio direttivo della JSC Progress Bank in Georgia, un'istituzione finanziaria creata per aiutare il Paese con mezzi fiscali indipendenti.

Questo progetto, insieme al suo lavoro con la Fondazione Kala, alla crescita di Kala Capital e al suo ruolo di ambasciatore di SOS Villaggi dei Bambini attraverso la FIFA, finì col confermare la sua ascesa politica.

Khvicha Kvaratskhelia, DNA georgiano

Napoli è una città italiana dal cuore calcistico completamente pregno di sentimento latino e sudamericano. Una caratteristica che ha sempre reso quella partenopea una delle piazze più calde d’Italia e del mondo, portando ad un amore folle ed irrazionale verso i propri idoli.

Dal culto di Maradona, all’affetto per l’ex capitano Lorenzo Insigne e a Mertens, per tutti ormai Ciro e napoletano acquisito.

E, in questo Pantheon di leggende del club, si sta ora facendo spazio umilmente e in punta di piedi un ragazzo georgiano, dal nome degno del miglior punteggio a Scarabeo: Khvicha Kvaratskhelia.

Arrivato dalla Dinamo Batumi in un’estate in cui il Napoli è stato totalmente al centro delle polemiche per, a dire della gente, aver venduto i pezzi migliori senza poi rimpiazzarli, è riuscito a raccogliere la pesantissima eredità di Insigne collezionando numeri e giocate davvero impressionanti.



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Partita sontuosa contro il Liverpool in Champions League e la bellezza di 4 gol in 6 giornate di campionato. Diventando, oltretutto, l’unico giocatore del club a realizzare un gol e un assist all’esordio con gli Azzurri.

Una qualità ed una garra che partono da lontano e dalla sua infanzia in Georgia e che reincarnano totalmente lo stile antesignano e storico del football locale. Un approccio che richiama, ancora e dopo anni di cambiamenti e avvenimenti, l’abbinamento con la danza, nei suoi movimenti sinuosi ed incredibilmente tipici.

Caratteristiche capaci di rendere Zizì, come soprannominato affettuosamente dal presidente Aurelio De Laurentiis, una cartolina perfetta di tutta l’evoluzione del football del suo Paese natio.

Rappresentando il circolo del tempo e di uno sport che si è sempre scrollato di dosso le imposizioni dittatoriali, mantenendo viva un’identità che, dopo decenni, è ancora viva e in grado di porre al centro dell’attenzione di uno Stato che respira calcio come l’Italia un giovane georgiano del 2001, cresciuto, anche questo ahimè ricircolo della storia, a Tbilisi durante un'invasione russa.



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