I Leoni della Teranga, tra sport e Stato

Il Senegal, fresco campione d’Africa, vanta nella propria rosa giocatori capaci di emergere in grandi squadre europee. Talento messo a disposizione di una Nazionale che vuole far rialzare un Paese ferito da problematiche politiche e sociali.

Dal 1995 l’Europa si è, ufficialmente, aperta al mondo. Celebrando e riconoscendo il talento extracomunitario grazie alla decisione di rendere il Pallone d’Oro un premio internazionale.

Scelta che ha permesso, in quello stesso anno, al liberiano (rossonero) George Weah di entrare a far parte dell’Olimpo targato France Football. Un atleta africano, simbolo di un continente dalle grandissime potenzialità ma che nel calcio, come in tanti altri settori, è sempre stato lasciato nell’ombra.

Le sue enormi problematiche economiche, politiche e sociali sono funte da pretesto per prevaricare una zona del Mondo che, in realtà, ha davvero tanto da dare. Specie dal punto di vista sportivo.

Ne sono una dimostrazione lampante i tantissimi calciatori sbarcati in Europa e capaci di conquistare la scena internazionale, alzando al cielo i trofei più prestigiosi: Didier Drogba, Yaya Touré, Samuel Eto’o, Mohamed Salah, Sadio Manè e tanti altri ancora.

L’ultimo della lista, Sadio, è ad oggi il simbolo assoluto della propria Nazionale, il Senegal.

Fresco campione d’Africa e stella del Bayern Monaco in grado di raccogliere l’eredità di un certo Robert Lewandowski, rappresenta a pieno la squadra dei Leoni della Teranga: strapotere fisico, sorriso stampato in faccia e, per pura casualità, un nome di battesimo che richiama una delle peggiori piaghe per lo Stato dell’Africa occidentale.

Salif Sadio è infatti il leader della fazione più attiva del Movimento delle forze democratiche della Casamance (MFDC), attore protagonista di uno scontro interno contro il governo di Dakar che va in scena dal 1982, piegando un Paese e un popolo.



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Una beffarda coincidenza che permette di parlare a 360° del Senegal, nazione che vive di picchi, positivi e negativi, e che ha nel calcio una delle proprie costole più sane e talentuose.

Con il football che, tuttavia, rischia di diventare strumento a disposizione delle istituzioni per spostare le luci dei media da quelle che sono le problematiche da lenire, dando invece pieno risalto ai soli successi di Sadio, il calciatore, Koulibaly e Mendy.

Tentativo fatto in occasione della Coppa del Mondo 2018, delle Coppa d’Africa 2021 e, oggi, della FIFA World Cup Qatar 2022.

La storia del movimento

Il Senegal, come la maggior parte delle Nazioni africane, ha vissuto un passato a tinte francesi, dalle quali ha ereditato anche la lingua ufficiale, la più parlata insieme al wolof.

Transalpini che probabilmente hanno influenzato la passione locale per il football, considerando come la Federazione calcistica senegalese sia stata fondata nel 1960, pochi mesi dopo l'indipendenza dalla Francia. Entrando a far parte, tre anni più tardi, della FIFA e della CAF, la Confédération Africaine de Football.

Dando vita ad una storia che, nel suo piccolo e dalle soddisfazioni piuttosto magre a livello di trofei, ha saputo illuminare il continente con campagne internazionali memorabili e lo svezzamento, negli anni, di giocatori dal grande talento capaci di prendersi il palcoscenico europeo.

Possiamo infatti contare i già menzionati Manè, Koulibaly e Mendy, ma anche Keita Baldé Diao, Idrissa Gueye, Cheikhou Kouyaté e Badou Ndiaye, tutti atleti sparsi tra Germania, Inghilterra e Turchia.

Aspetto che denota come la Nazionale del Leoni possa oggi vantare una competenza calcistica di stampo internazionale, tale da renderla una possibile sorpresa dell’imminente mondiale.

Sulle orme di quella che era stata la Nigeria di Jay-Jay Okocha, la Costa d’Avorio di Drogba, il Ghana di Essien e lo stesso Senegal durante la coppa del mondo del 2002.

Dalla Casamance alla Francia

Il Senegal vive ormai da 40 anni una situazione politica e sociale intollerabile e che vede scontrarsi il governo centrale del Paese e la regione della Casamance.

Una querelle in nome dell’indipendenza, e che si costruisce sulla volontà della popolazione del territorio sito nel meridione senegalese, composta principalmente dal gruppo etnico della Jola, di uscire da un processo di marginalizzazione in corso ormai da decenni e che affonda le proprie radici già in epoca coloniale.

Disordini, violenza e la volontà dello Stato di soffocare il tutto imprigionando i leader della compagine rivale, rappresentata dalla MFCD.

Situazione sociale che sta, a tutti gli effetti, intossicando anche il calcio.

O meglio che lo sta coinvolgendo, rendendolo strumento per distrarre l’attenzione locale ed internazionale dalla portata del conflitto. Ponendo tutti i problemi “sotto al tappeto”, dando risalto ai soli successi della Nazionale di Mané.

Un atteggiamento che, ovviamente, non sta portando ad una risoluzione della piaga e che ultimamente si sta facendo sempre più intenso, complice la crescita recente del football. Fornendo un’immagine piuttosto dissacrante della situazione, attribuendo anche connotati negativi alla crescita di uno sport estremamente amato dalla gente.



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Risultati sul campo che si trasformano quindi in pretesti politici e che portano, qui si cela l’assurdo, a dover celebrare a mezza bocca successi e prestazioni che in realtà hanno dell’incredibile.

Che, oggi, hanno come punto di riferimento temporale il 2021, anno storico che ha permesso ai Leoni di vincere la Coppa d’Africa e di alzare al cielo il primo vero trofeo importante, ma che prima, per vent’anni e già nel pieno del conflitto, ruotavano intorno alla stella polare dei Mondiali del 2002.

Quando, nonostante un girone con Danimarca, Uruguay e Francia, gli africani seppero qualificarsi alla fase ed eliminazione diretta, battendo alla prima giornata la Francia dei campioni del Mondo nel 1998 e d’Europa nel 2000, vantanti giocatori del calibro di Zidane, Henry e Desailly. Per poi interrompere la propria corsa ai quarti di finale contro la Turchia.

Le qualificazioni ai Mondiali

Ciò che sorprende maggiormente è come, in tutto questo tempo, la situazione nazionale sia rimasta esattamente la stessa. Ancor più spiazzante se la si paragona, per esempio, alla storia Azzurra: nel 1982 eravamo campioni del Mondo con Bearzot, oggi non prendiamo parte al torneo in Qatar.

Un esempio che potrebbe sembrare profano, abbinando una situazione politica e sociale gravissima con eventi calcistici. Ma che mai come in occasione del Senegal risulta essere appropriata, considerato come sport ed eventi si intreccino.

Le ultime due qualificazioni ai Mondiali, nel 2018 e nel 2022, hanno infatti permesso al presidente Macky Sall di innescare una strategia comunicativa che finisce col rendere due risultati altisonanti un asettico veicolo di propaganda. Non positiva, ma di distrazione. Atteggiamento che svilisce prestazioni sportive indimenticabili, considerato come il Senegal si sia qualificato solamente per tre volte: con gli eroi del 2002 e nelle ultime due edizioni, in quasi un secolo.



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