NBA e UEFA: il Salary Cap per la stabilità. Similitudini e differenze

"Sostenibilità" e "stabilità" sono le parole chiave che stanno accompagnando il racconto del calciomercato italiano, oltre ad essere i punti di partenza per il nuovo regolamento UEFA che entrerà in vigore dal prossimo anno.

In cerca di stabilità. No, non è la bio di un adolescente su Instagram o Twitter, ma l’obiettivo più impellente della Union of European Football Associations.

Il calcio viaggia su equilibri economici sempre più labili fra ingaggi sproporzionati, commissioni monstre e acquisti record.

E se, da un lato, le logiche del calciomercato iniziano a lambire, per certi aspetti, quelle dell’NBA in materia di free agent, dall’altro va sottolineata la scelta dell’UEFA di sostituire il Financial Fair Play con un tetto di spesa simile a quello che regola la lega cestistica (e non solo) americana.

Passo indietro, con rotta americana

Lo strumento del Financial Fair Play voluto dall’UEFA non ha mai fondamentalmente convinto del tutto.

La natura complessa del FFP non è mai stata attraente agli occhi di club e opinione pubblica, unitamente alla sensazione di poterlo effettivamente aggirare da parte di pochi (ricchi) eletti.

A Nyon è dunque maturata la decisione di mandarlo in pensione e sostituirlo sarà una norma molto simile al Salary Cap proprio del mondo a stelle e strisce.

In America, il Salary Cap è un sistema esteso a tutte le leghe professionistiche. Si decide sostanzialmente la spesa massima affrontabile da ciascuna società in termini di stipendi: nessuno può spendere più di altri.

L’obiettivo, teoricamente, è quello di evitare concentrazioni di giocatori forti (e strapagati) in una sola squadra.

Introdotto negli anni quaranta, è stato modificato più volte. Nella stagione in corso in NBA la soglia è stata fissata a 112,4 milioni di dollari.

Nell’annata 2019-20, quella interrotta dal Covid-19, il tetto era 109 milioni di dollari (ed era rimasto tale anche per il 2020-21). Dalla prossima stagione, la 2022-23, il salary cap sarà alzato a 121 milioni di dollari: 2 in più rispetto alle previsioni degli addetti ai lavori.

Nel sistema americano va inoltre inclusa la luxury tax, ovvero la multa che una società deve pagare nel caso in cui sfori il salary cap per tre stagioni di fila. Molte squadre, infatti, non rispettano i limiti del salary cap, scegliendo deliberatamente di pagare multe anche piuttosto salate.

Un esempio sono i Golden State Warriors, vincitori dell’anello in questa stagione: nella stagione 2021-22 hanno speso 175,1 milioni di stipendi per una conseguente multa di 160 milioni.

Il rapporto della multa prevede che per ogni dollaro di sforo, si debba versare una tassa aggiuntiva che varia fra 1,5 e 5 dollari.

Come funzionerà il Salary Cap UEFA

In realtà, in base alle leggi Ue e dei singoli Paesi non è possibile introdurre una norma uguale, ma con il lancio della squad cost rule (SCR), secondo l’UEFA i club dovranno limitare la spesa per stipendi dei propri dipendenti, dove per dipendenti si intende sia parco giocatori che personale extra calcistico.

La riduzione, che riguarda anche i trasferimenti e le commissioni degli agenti, impone che le uscite non potranno superare il 70% delle entrate totali entro la stagione 2025/26.

L’adattamento sarà dunque graduale: si partirà con il rapportarsi al 90% degli introiti del club nel 2023/24, all'80% nella stagione successiva per giungere a regime entro i prossimi quattro anni.

Il meccanismo in realtà assomiglia molto anche al tanto discusso indice di liquidità, ovvero il valore che indica rapporto fra attivi e passivi di un club, su cui FIGC e Lega Serie A si stanno dando battaglia nelle aule dei tribunali.

Punti di contatto e differenze

La volontà comune delle organizzazioni - sia UEFA che NBA e affini - è di evitare che l’élite sia composta da pochi club/franchigie oltre a garantire che il sistema non collassi su se stesso a livello economico.

Si vuole inoltre allontanare il trend per il quale chi ha possibilità economiche straordinarie collezioni campioni senza soluzioni di continuità, nel tentativo di creare un contesto competitivo.

A Nyon si è tentato di farlo con il FFP: il risultato finale è sembrato essere l’opposto, penalizzando più le squadre medio-piccole o le blasonati in difficoltà, come il Milan che nel giugno del 2019 scelse, per un accordo con l’UEFA, di non partecipare all’Europa League guadagnata sul campo.

Ceferin e soci hanno dunque deciso di andare a porre un limite diverso, creando un tetto di spesa sulla falsariga di quanto avviene in USA.

Lì, però, il Salary Cap non è variabile come sarà nell’Europa calcistica: il limite viene fissato e vale per tutti allo stesso modo. Nel vecchio continente, invece, il tetto sarà variabile in base alle entrate economiche totali, non dovendo come detto superare il 70% per quello che riguarda il limite di spesa degli stipendi.

Il n.1 dell'Uefa ha spiegato che le norme «aiuteranno a proteggere e preparare il calcio a qualsiasi potenziale shock, incoraggiando al contempo a fare investimenti razionali e a costruire un futuro più sostenibile per l'intero comparto. L'obiettivo si potrà raggiungere attraverso tre pilastri: solvibilità, stabilità e controllo dei costi». 

L’obiettivo principale del nuovo regolamento, come deducibile dal nome, è quello di raggiungere la sostenibilità finanziaria, e ciò dovrebbe avvenire nell’idea della UEFA attraverso tre pilastri chiave: solvibilità, stabilità e controllo dei costi, che saranno declinati nelle tre rispettive regole: no overdue payables rule, football earnings rule e squad cost rule.

I propositi sono buoni, seppur appaiono esserci anche in questo caso, delle fragilità nelle regolamentazioni proposte che potrebbero permettere a sceicchi e petrolieri di aggirarle senza eccessive difficoltà. 



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