Dalla prima relazione della CIVSP emerge un calcio fragile: 9 club di Serie A a rischio, il nodo plusvalenze e il ritardo enorme sugli stadi.
Pioggia all'Olimpico di Roma (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)
C’è un’immagine che più di tutte riassume la prima Relazione Annuale della CIVSP (Commissione Indipendente per la Vigilanza sull'equilibrio economico-finanziario delle Società Sportive Professionistiche): quella di un calcio italiano che corre costantemente su un filo sottile. Un sistema dove la sostenibilità economica non è quasi mai la regola, ma una fortunata eccezione.
I dati presentati alla Camera dei Deputati dal presidente Massimiliano Atelli, al termine di quasi 2.700 controlli condotti in undici mesi, scattano una fotografia senza filtri sul nostro movimento. Ma l’obiettivo della CIVSP, come ha ci tenuto a precisare lo stesso Atelli, non è quello di indossare i panni del giudice o del sanzionatore. La priorità è un'altra: accompagnare il settore verso una maturità aziendale e finanziaria non più rinviabile. L'idea di un’autonomia sportiva intesa come zona franca dalle regole della comune contabilità aziendale appartiene al passato; i club sono a tutti gli effetti società di capitali e come tali devono imparare a gestire i propri bilanci.
Quando si osserva il massimo campionato da vicino, la narrazione di una Serie A ricca e in salute mostra subito le sue prime crepe. Analizzando i venti club del torneo, la CIVSP ha individuato cinque diversi modelli di equilibrio economico, con risultati tutt'altro che rassicuranti.
A oggi, soltanto quattro società — appena il 20% del totale — presentano un profilo finanziario realmente solido ed equilibrato. La fascia centrale del campionato sopravvive invece grazie al mito del player trading: club che sostengono costi elevati per stipendi e ammortamenti compensandoli solo attraverso la caccia continua alle plusvalenze.
Ma il dato più allarmante riguarda le retrovie finanziarie: ben nove club su venti versano in condizioni di palese fragilità o tensione. Per quasi metà della Serie A, completare una stagione equivale a superare una corsa ad ostacoli fatta di scadenze al limite, iniezioni di capitale estemporanee e l'incubo strisciante del default.
Se la Serie A deve fare i conti con la fragilità dei propri modelli di business, è scendendo nei ranghi inferiori del professionismo che emerge quello che la CIVSP definisce un vero e proprio «circolo vizioso». Un vortice caratterizzato da crisi societarie, esclusioni, mancate iscrizioni, fallimenti e successive rinascite.
I numeri storici calcolati dal 1986/87 al 2025/26 sono impietosi: la Commissione ha censito 218 casi complessivi di mancata ammissione, rinuncia o esclusione a campionato in corso. Un fenomeno che si concentra in modo schiacciante nella terz'aria del nostro calcio: la Serie C assorbe da sola ben 200 episodi (pari al 91,7% del totale), contro i 17 della Serie B e uno solo della Serie A.
L'aspetto più critico evidenziato nel report, tuttavia, riguarda la ripetitività del dissesto: ben 49 società sono scomparse e rinate da due a sei volte nel periodo preso in esame. Questo meccanismo perverso ha visto l'alternarsi di fallimenti, ripartenze dai dilettanti grazie a norme come l'ex Lodo Petrucci, nuove promozioni e successivi crolli finanziari.
Scorrendo le tabelle della Relazione, i casi più estremi appartengono a piazze storiche del calcio di provincia:
Dai casi recenti di Rimini e Ternana alle cause del collasso
La fotografia della CIVSP non riguarda solo il passato, ma trova conferma diretta anche negli avvenimenti più recenti:
Secondo la Commissione, questi dissesti non arrivano quasi mai all'improvviso. Sono l'esito di una spia rossa che lampeggia a lungo: accumulo di debiti tributari e previdenziali, ritardi nel pagamento degli stipendi, ricorso disperato a finanza straordinaria, assetto proprietario instabile, assenza di controlli interni e la deleteria tendenza a rincorrere ambizioni sportive senza un'adeguata copertura patrimoniale.
A complicare ulteriormente il quadro c'è poi il capitolo infrastrutture, vero grande freno a mano per la crescita dei ricavi da stadio. In Italia l'82% degli stadi è ancora di proprietà pubblica, con tutti i vincoli e le burocrazie che ne conseguono. Le cifre del confronto con la concorrenza estera sono impietose: dal 2000 a oggi, mentre nel resto d'Europa venivano costruiti o riqualificati da cima a fondo 226 stadi, l'Italia è riuscita a portarne a termine appena 6.
Dalla relazione emerge infine un ultimo tema chiave: la velocità di reazione. Mettendo a confronto la macchina organizzativa e giurisdizionale del calcio con quella del basket, si notano differenze sostanziali nei tempi di decisione dopo i rilievi della CIVSP. Se la Pallacanestro impiega mediamente 28 giorni per arrivare a una delibera federale, nel calcio le sentenze di primo grado richiedono in media 42 giorni, per poi salire a 85 nel secondo grado.
L'impronta lasciata da questa prima relazione è chiara: per attrarre investitori e garantire equità competitiva, il calcio italiano non può più permettersi di viaggiare a due velocità. Servono regole contabili certe, infrastrutture moderne e un cambio culturale che metta la stabilità finanziaria sullo stesso piano dei risultati del campo.