Sette bilanci in rosso e 779 milioni di passivo: l'analisi dei conti 2025-26 spiega perché la cura Ratcliffe non basta per tornare nell'élite.
Banners and flags in Old Trafford (Photo by Carl Recine/Getty Images)
A ventun anni dal controverso leveraged buyout completato dalla famiglia Glazer nel maggio 2005, il Manchester United continua a pagare il prezzo di un'operazione finanziaria che ha scaricato sul club il costo della propria acquisizione. I dati dell'ultimo bilancio relativo alla stagione 2025-26 restituiscono la fotografia di un gigante dai piedi d'argilla: per il settimo esercizio consecutivo i Red Devils hanno chiuso i conti in perdita (47 milioni di sterline al lordo delle imposte nell'ultima stagione), vedendo erodersi quel vantaggio commerciale di oltre 100 milioni di sterline che per tre decenni li aveva resi il club più ricco d'Inghilterra. Oggi lo United è scivolato al quinto posto nazionale per ricavi complessivi, rallentato da una crescita delle sponsorizzazioni ormai stagnante rispetto ai diretti concorrenti europei.
Il dato più allarmante riguarda l'indebitamento finanziario lordo, che ha toccato quota 779 milioni di sterline, uno dei punti più alti nella storia della società. Dall'arrivo di Sir Jim Ratcliffe e del gruppo INEOS come azionisti di minoranza, la gestione della liquidità quotidiana si è affidata in modo sistematico alle linee di credito rotative (RCF), il cui massimale è stato innalzato a 400 milioni di sterline. Dopo aver attinto fino a 290 milioni a fine 2025 per poi rientrare parzialmente, il club ha dovuto prelevare altri 120 milioni tra luglio e agosto per finanziare il mercato estivo, stabilizzando l'esposizione a breve termine intorno ai 200 milioni.
Parallelamente, il rifinanziamento fino al 2031 di 425 milioni di dollari (circa 317 milioni di sterline) di obbligazioni senior a tassi più elevati comporterà un esborso extra di 13,4 milioni di dollari annui solo per quella tranche. Nell'ultima stagione, i costi di finanziamento hanno drenato 36,8 milioni di sterline di cassa netta in interessi (più 7,2 milioni per costi di emissione del debito), una cifra superiore a quella di qualsiasi altro club di Premier League, inclusi Tottenham ed Everton che hanno dovuto finanziare la costruzione di nuovi stadi.
Senza il fardello degli interessi, e includendo il player trading, il bilancio operativo dello United sarebbe tornato in attivo per la prima volta dal 2020. Persino il flusso di cassa libero (FCF) è risultato negativo solo a causa dell'esborso di 63,5 milioni di sterline a giugno per l'acquisto di 25 acri di terreno a nord-ovest di Old Trafford, destinati al progetto di un nuovo impianto da 100.000 posti: una spesa immobiliare comunque inferiore a quanto il club ha bruciato in soli interessi negli ultimi due anni.
Per invertire la rotta, la gestione INEOS ha imposto una severa ristrutturazione aziendale articolata su tre direttrici: Riduzione del personale: l'organico del club è stato tagliato del 29% nell'arco di due anni. Contenimento dei costi operativi: le spese non legate al personale sono scese del 17% (al netto dell'internalizzazione del modello e-commerce, che ha generato un balzo nei ricavi commerciali). Anche l'ingaggio di Ruben Amorim da parte del Milan a giugno ha permesso di risparmiare 8,5 milioni di sterline in potenziali buonuscite. Contrazione del monte ingaggi: la spesa per gli stipendi è scesa ai minimi degli ultimi sei anni, con un rapporto salari/ricavi al 44,6% (il dato più basso dal 2009), contribuendo a un EBITDA record di 216,4 milioni di sterline.
Tuttavia, i margini per ulteriori tagli sembrano esauriti. Grazie al ritorno in Champions League ottenuto con il terzo posto sotto la guida di Michael Carrick, lo United prevede ricavi record tra i 740 e i 760 milioni di sterline per il 2026-27 (+60/80 milioni). Nonostante ciò, la stima di crescita dell'EBITDA si ferma a un massimo di 9 milioni: il ritorno nell'élite europea ha infatti innescato bonus contrattuali e un inevitabile rialzo del monte ingaggi (spinto dal rientro di Marcus Rashford e dagli innesti estivi di Carlos Baleba, Andrey Santos e Youri Tielemans), annullando parte dei 63 milioni risparmiati nei due anni precedenti, nonostante gli addii di Casemiro, Jadon Sancho e Rasmus Hojlund.
Sul piano competitivo, questa forbice salariale rappresenta un limite evidente: il Manchester City presenta un monte stipendi superiore di 166 milioni di sterline rispetto a quello dello United, e anche Liverpool, Chelsea e Arsenal spendono sensibilmente di più. Dal 2020 nessun club ha vinto la Premier League con salari inferiori a 390 milioni, né la Champions League sotto la soglia dei 400 milioni. Le recenti difficoltà stagionali — tra cui il pesante crollo in trasferta contro il Como (il cui monte ingaggi è inferiore di tre quarti rispetto a quello dei Red Devils) e le sconfitte con Bournemouth e Chelsea, parzialmente mitigate dal 3-2 sulla Roma — confermano quanto la rosa fatichi a reggere il doppio impegno settimanale.
Se sul fronte stipendi lo United ha tirato il freno, sul mercato ha continuato a spendere cifre enormi ma in modo inefficiente. Nei dodici anni successivi al ritiro di Sir Alex Ferguson, il net spend di 1,76 miliardi di sterline è stato il più alto d'Inghilterra, riportando il costo storico di costruzione della rosa attuale oltre il miliardo di sterline (con oltre 500 milioni investiti nei primi due anni dell'era Ratcliffe e più di 190 milioni per la campagna acquisti guidata dall'arrivo di Baleba).
Il vero tallone d'Achille resta l'incapacità di generare plusvalenze: mentre City e Chelsea finanziano il mercato con cessioni eccellenti, lo United fatica a vendere. Dopo la cessione di Hojlund al Napoli (contabilizzata nel bilancio 2025-26), più della metà dei 21 milioni incassati dopo giugno è derivata da percentuali sulla futura rivendita di ex calciatori, in primis il trasferimento di Mason Greenwood dal Marsiglia al Fenerbahce. Questa dinamica ha gonfiato i debiti di mercato verso altri club oltre quota 300 milioni di sterline, di cui quasi 200 milioni in scadenza nell'esercizio 2026-27.
Infine, il confronto con le proprietà rivali spiega perché il divario sia diventato strutturale. Mentre Chelsea (prima con Abramovich, poi con BlueCo), Manchester City e persino l'Arsenal (sostenuto da KSE dopo la pandemia) hanno beneficiato di massicce iniezioni di capitale da parte degli azionisti, lo United ha vissuto due decenni di drenaggio di risorse tra dividendi (interrotti solo dopo il 2022 per mancanza di fondi) e interessi. Al netto dei costi del debito legato al takeover, il saldo dei finanziamenti della proprietà in casa United è negativo per 762 milioni di sterline.
E il futuro non promette nuove immissioni di liquidità: i Glazer non intendono versare capitali propri e il gruppo INEOS di Ratcliffe — che ha registrato 2,6 miliardi di perdite ante imposte nel 2025 e oltre 5 miliardi in tre anni nelle sue tre divisioni principali — non ha i margini di manovra per colmare il vuoto. Finché oltre 40 milioni di sterline all'anno continueranno a evaporare per ripagare il debito, la rincorsa del Manchester United partirà sempre con un pesante handicap finanziario.
| Indicatore Finanziario (Bilancio 2025-26) | Valore Rilevato | Impatto Strategico e Storico |
|---|---|---|
| Indebitamento Finanziario Lordo | £ 779 milioni | Uno dei livelli più alti nella storia del club (£200m su linee RCF) |
| Costi di Finanziamento Annui | £36,8m (+£7,2m oneri) | Il dato più alto in Premier League; previsti oltre £40m annui a regime |
| Risultato Ante Imposte 2025-26 | -£47 milioni | Settimo bilancio consecutivo chiuso in passivo |
| Rapporto Stipendi / Ricavi | 44,6% (EBITDA £216,4m) | Minimo storico dal 2009 dopo il taglio del 29% dell'organico aziendale |
| Debiti di Mercato (Player Trading) | >£ 300 milioni | Quasi £200 milioni da saldare entro l'esercizio 2026-27 |
| Saldo Netto Finanziamenti Proprietà | -£ 762 milioni | Drenaggio storico tra interessi e dividendi (al netto dei costi del debito) |
Social Media Soccer | Approfondimento (Fonte: The Athletic)