Che situazione vive il calcio russo dopo l'embargo? Quali sono il suo stato di salute e quello dei suoi club? Contro chi gioca oggi la nazionale? In questo articolo esploreremo la condizione attuale del suo campionato e della sua selezione
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Spesso ci chiediamo: ma che fine hanno fatto le squadre russe e la nazionale? Ricordiamo tutti l’impresa della selezione di Stanislav Cherchesov, capace di stupire il mondo e arrivare ai quarti di finale del Mondiale casalingo del 2018, o ancora i tanti club come lo Zenit San Pietroburgo, protagonista per diverse stagioni in campo continentale e allenato anche da tecnici importanti del nostro calcio come Luciano Spalletti e Roberto Mancini, le compagini di Mosca - Spartak, Lokomotiv e Dinamo - e altri sodalizi di livello internazionale.
La data di fine del calcio russo, se così vogliamo considerarla, è riconducibile al 28 febbraio 2022. A pochi giorni dall’invasione ucraina del 24 febbraio 2022 - che corrisponde anche all’ultima gara di una formazione del Paese in ambito continentale -, l’UEFA decide di squalificare tutti i club provenienti dalla Russia e la rappresentativa nazionale dalle proprie competizioni. Un atto durissimo, conforme alle iniziative messe in atto da altri enti come CIO (Comitato Olimpico Internazionale) e FIFA, che ancora oggi genera dibattito e discussione per un eventuale reintegro, non condiviso da molti. A quattro anni dall’inizio del conflitto bellico, il movimento calcistico russo vive un embargo sportivo, sancito a trent'anni dall’ultimo precedente, quello jugoslavo.
In passato tali decisioni furono prese nei confronti della Jugoslavia all’inizio delle guerre balcaniche del 1992. A seguito dell’avvio della sanguinaria guerra, arrivata dopo le indipendenze di Slovenia e Croazia - la prima sul suolo europeo dopo la Seconda Guerra Mondiale - si giunse ad una risoluzione lapidaria: tagliare fuori lo sport jugoslavo fino al termine delle ostilità. L’estromissione fu un duro colpo per il Paese. Nel pieno della crescita di un movimento che aveva visto giungere, poco tempo prima, una delle sue grandi protagoniste - la Stella Rossa - sul tetto d’Europa sotto il cielo di Bari, si assiste al suo lento ed inesorabile declino.
L’effetto fu disastroso. Il taglio delle squadre dell’ex Jugoslavia aveva portato ad uno svuotamento di tutti i club e dei relativi talenti che, per non rimanere bloccati, avevano deciso di cercare fortuna altrove, perlopiù nei campionati di massima levatura continentale, facendo la fortuna di molte società (e in Italia ne sappiamo qualcosa). Tutte le nazioni nate dalla dissoluzione del conglomerato delle entità federate hanno poi costituito una propria nazionale e un proprio campionato, l'ultimo dei quali, nel 2016, è stato il Kosovo. Quasi tutte queste selezioni sono state costrette a ripartire da zero, con eccezioni incredibili come la Croazia, capace di compiere sin da subito la straordinaria impresa di conquistare il terzo posto ai Mondiali di Francia 1998.
Quello russo, però, è un caso differente. Partiamo dalla nazionale. Dopo aver disputato una buona fase eliminatoria per le qualificazioni ai Mondiali 2022, culminata con la sconfitta all’ultima giornata del girone a Spalato contro la Croazia, la Russia guidata da Karpin avrebbe dovuto disputare i play-off di marzo per l’approdo alla competizione iridata contro la Polonia. Di fatto, dunque, l’ultima partita ufficiale della selezione russa risale al 14 novembre 2021; da quel giorno, non avendo impegni ulteriori nei due mesi seguenti, ha disputato soltanto 29 amichevoli sino ad oggi. Data la crisi internazionale, le avversarie provengono perlopiù dalla confederazione asiatica, come Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Iran, Iraq, Vietnam, Brunei, Siria, Grenada, Giordania e Qatar, o africana - con Zambia, Nigeria, Egitto, Burkina Faso e Namibia - con l’eccezione di Cuba, Nicaragua, Trinidad, Bielorussia e Serbia, uniche due sotto il controllo dell’UEFA.
Dopo il fatidico febbraio 2022, la nazionale è tornata su un campo da calcio soltanto nel settembre dello stesso anno per la prima delle amichevoli contro il Kirghizistan. Per il primo anno, fino al 2023, la Russia ha disputato soltanto partite in trasferta, ritornando a giocare in casa soltanto il 26 marzo 2024 contro l’Iran, sfida terminata per 2-0 a favore - con gol di Miranchuk e Pinyaev - davanti a oltre 20.000 presenti alla Gazprom Arena di San Pietroburgo, impianto che proprio nel 2022 avrebbe dovuto ospitare la finale di UEFA Champions League.
Tuttavia, c’è un paradosso: ad oggi, la Russia si trova ad occupare, pur non avendo preso parte a competizioni ufficiali, la stessa posizione del Ranking FIFA del gennaio 2022. Considerando le numerose dinamiche che condizionano i punteggi, il gran numero di vittorie ottenute nelle già citate 29 uscite ha permesso alla squadra di mantenere la 35ª posizione - con pochi cambiamenti nel corso del tempo - durante l’avanzare degli anni, arrivando a stare davanti a nazionali presenti anche al Mondiale come Repubblica Ceca, Scozia e Bosnia e all’Ucraina, posizionata un gradino sotto in 36ª posizione.
La legittima domanda da porsi è: ma non partecipando a gare ufficiali, come fa la Russia a restare così in alto nel Ranking FIFA? La risposta è semplice. La squalifica, di fatto, non equivale all’espulsione. Dunque, questo implica che, disputando queste amichevoli autorizzate, la nazionale ha potuto raccogliere punti, mantenendo quanto fatto prima del 2022. Tuttavia, la posizione di stallo - considerando addirittura un incremento nel 2026, 1537.45 punti contro 1493.42 - è spiegata dall’assenza dei coefficienti di importanza e difficoltà che portano a un incremento di punti e posizioni.
Nonostante una prima apertura da parte della FIFA, con l’ammissione dell’Under 15 per i Mondiali in Azerbaigian, e del CIO, con la decisione di riammettere le rappresentative russe con inno e bandiera per le Olimpiadi di Los Angeles 2028, vi è una sostanziale e netta chiusura da parte della UEFA, pronta a bloccare sul nascere ogni eventuale possibilità di reintegro nella confederazione, come dimostrato dalla pronta esclusione all’Europeo 2024 e 2028. Una situazione complessa, destinata, presumibilmente, a tenere banco fino all'eventuale termine del conflitto in Ucraina.
Arriviamo dunque ai protagonisti: i calciatori. La nazionale russa è tradizionalmente composta da elementi che provengono dal campionato di Prem'er-Liga. Un dato di fatto concreto, lo dimostrano difatti i numeri dei presenti al Mondiale 2018, quello casalingo, dove tra i selezionati del commissario tecnico Stanislav Cherchesov figuravano soltanto due giocatori provenienti dall’estero, ovvero Denis Čeryšev, ai tempi al Villareal, e l’estremo difensore Vladimir Gabulov del Club Brugge. Numeri da tenere in considerazione anche per l’ultima apparizione della Russia ad un grande torneo: l’Europeo, caro all’Italia, del 2020. Per l’esperienza continentale i presenti da campionati differenti dalla Prem'er-Liga erano 4: Aleksandr Golovin, stella del Monaco, il difensore Fëdor Kudrjašov, dai turchi dell’Antalyaspor, l’allora atalantino Aleksej Mirančuk e il solito Denis Čeryšev, sempre proviene dalla Spagna.
Nonostante la chiusura e le polemiche sulla presenza di alcuni calciatori russi in Europa, ad oggi sono ben quattro i convocati della nazionale che militano in campionati internazionali di rilievo. Su tutti spiccano il portiere Matvey Safonov — prelevato nel 2024 dal Krasnodar per oltre 20 milioni di euro dai francesi del Paris Saint-Germain —, il già citato Aleksandr Golovin, anch’egli in Francia alla corte dei monegaschi, Aleksey Batrakov, classe 2005 in forza al Galatasaray, e l’ex Serie A Aleksej Mirančuk, oggi all’Atlanta United negli Stati Uniti.
Dunque, i talenti russi sono lontani dal calcio europeo, seppur con profili interessanti come quello del ventunenne Matvey Kislyak del CSKA Mosca e altri nomi già ampiamente affermati, e taccuini di osservatori e dirigenti del panorama provenienti dall’estero.
Il campionato russo ha attirato per molti anni diversi calciatori da ogni parte del mondo. Basti pensare a campioni come Samuel Eto’o, Hulk, che per anni è stato il simbolo dello Zenit San Pietroburgo, o anche a tecnici di livello internazionale come l'attuale commissario tecnico della Nazionale italiana Roberto Mancini e il suo predecessore Luciano Spalletti. La crescita del torneo aveva portato, a cavallo tra il 2008 e il 2011, all’acquisizione da parte di Sky Italia dei diritti televisivi della competizione. Un passo notevole di espansione, interrotto poi da un calo fisiologico e dalla crescente emarginazione giunta in seguito al conflitto.
Ad oggi, vanno registrati dei regressi determinanti in termini economici per tutti i club russi. L’esclusione dalle competizioni europee ha eliminato ogni forma di ingresso proveniente dalla partecipazione ai tornei internazionali. A queste perdite va aggiunto l'allontanamento dai mercati continentali e un isolamento finanziario dal sistema calcistico globale. Il divieto di partecipazione alle tre massime manifestazioni UEFA ha di fatto azzerato la voce ricavi legata ai diritti televisivi. L’interesse dei broadcaster esteri per il campionato nazionale è ridotto ai minimi termini, causando perdite complessive importanti, al pari del settore delle sponsorizzazioni, ormai limitato al solo mercato interno dopo la cancellazione di molteplici partnership da parte dei brand stranieri.
Un crollo netto sotto il piano finanziario, basti pensare alla condizione pre-guerra dello Zenit, entrato tra le 30 società più ricche del mondo secondo il report di Deloitte con oltre 160 milioni di fatturato, derivante soprattutto dagli ottimi risultati europei che avevano garantito, di conseguenza, ingenti entrate nelle casse societarie. La formazione di San Pietroburgo è stata l’ultima delle russe ad aver disputato un incontro ufficiale lontano dal Paese: la sfida contro il Betis in UEFA Europa League risale proprio al 24 febbraio 2022, giorno dell'invasione dell'Ucraina da parte delle truppe di Mosca. Da quel momento nessuna compagine proveniente dalla Russia ha più disputato una partita ufficiale in ambito internazionale, in linea con quanto accaduto alla selezione nazionale.
Le ripercussioni di una crisi diffusa si registrano nettamente anche sulle affluenze di pubblico, soprattutto nelle stagioni antecedenti alla 2025/2026. Il parziale svuotamento delle curve, avvenuto già a partire dal primo anno di guerra, ha portato a un crollo netto delle presenze negli stadi, parzialmente compensato nel corso del tempo.
I numeri mostrano un totale di 2.262.372 spettatori per la stagione 2022/2023, per una media di 9.426 a gara, cresciuta gradualmente nel corso degli anni. Infatti, già dal campionato successivo la media di presenti per singolo evento ha subito un innalzamento a 11.161 presenze - 2.678.874 in totale - , salite ulteriormente nell’annata successiva - la 2024/2025 - in cui la media ha registrato una crescita dell’8,5% in più, con 12.153 presenti per evento e 2.904.623 complessivi. La stagione appena conclusa — la 2025/2026 — può considerarsi quella della stabilizzazione delle dinamiche interne e del parziale ritorno del pubblico. Difatti, durante lo scorso campionato si sono registrati 3.258.773 presenti totali, per una media di 13.635 a gara.
Passiamo infine all'analisi del valore delle rose, per le quali si registra una contrazione contenuta, decisamente inferiore a quanto ci si potesse attendere da un embargo sportivo, soprattutto considerando che la quotazione complessiva di tutti gli atleti del torneo raggiunge 1,04 miliardi di euro, secondo quanto presentato da trasfermakt. Il confronto prende a modello la stagione 2020/2021, l'ultimo campionato disputato prima delle sanzioni. Nel periodo antecedente al febbraio 2022, la società con la valutazione più alta era lo Zenit, con un totale di 177,65 milioni di euro, cifra sostanzialmente in linea con i 177,10 milioni attuali. Risulta tuttavia significativo l'incremento del valore medio per singolo tesserato, salito dai 4,93 milioni per ciascuno dei 36 elementi della citata annata agli attuali 7,18 milioni. Nella compagine di San Pietroburgo spiccano calciatori di grande rilievo, in gran parte brasiliani, tra cui Wendel, Luis Henrique, Pedro, Felipe Augusto e Jhon Jhon. La squadra si colloca infatti in cima alla graduatoria per presenza di stranieri in organico. Rispettando il tetto di 13 su 25, il club egemone delle recenti stagioni, vincitore di quattro degli ultimi cinque titoli con la sola eccezione del successo del Krasnodar nel 2024/2025, vanta un eccezionale contingente di atleti sudamericani, principalmente con passaporto brasiliano, che rappresentano oltre il 20% della rosa.
Nel complesso della Premier League russa, l'incidenza dei tesserati esteri si attesta attorno al 35%. La provenienza è legata in prevalenza al Sud America, grazie alla folta colonia brasiliana dello Zenit e alle rappresentanze di Colombia e Argentina, oltre che alla Serbia, storicamente uno dei bacini di riferimento per le società russe, senza dimenticare Bielorussia e Kazakistan.
Passiamo alle altre grandi protagoniste, vale a dire i club di rilievo di Mosca. Partiamo dallo Spartak Mosca. In questo caso, a differenza di quanto evidenziato per lo Zenit, si rileva una flessione più marcata del valore complessivo, sceso dai 155,05 milioni del passato agli attuali 120,40 milioni, sebbene la quotazione media per singolo tesserato sia salita a 4,19 milioni a fronte di un organico ridotto da 41 a 28 elementi. Un andamento differente caratterizza il CSKA, figura tra le società ad aver patito maggiormente il contesto corrente, con la propria valutazione totale scesa a 121,40 milioni di euro dai 139,18 milioni del 2020/2021 e un decremento della cifra media per calciatore, passata da 4,49 a 4,19 milioni.
Esempi ben più singolari sono quelli del Krasnodar, unica realtà capace di spezzare l'egemonia dello Zenit, e della Dinamo Mosca. Per i campioni del torneo 2024/2025 si è registrata una crescita sia della stima complessiva della rosa, salita da 100,28 a 105,70 milioni di euro, grazie a profili capaci di attirare attenzioni internazionali come dimostra la vicenda Safonov, sia dell'importo medio per atleta, incrementato da 2,71 a 4,23 milioni. Un quadro analogo riguarda i moscoviti della Dinamo, i quali hanno nettamente moltiplicato la propria quotazione, passando dai 75,50 milioni del passato agli attuali 118,10 milioni di euro.
A risentire maggiormente dell'embargo è una società in particolare, ossia il Rubin Kazan. Già protagonista di una fase calante rispetto ai successi degli anni Dieci, il club ha subito un crollo di oltre 30 milioni di euro nella stima complessiva della rosa, la cui quotazione è precipitata dai 79,33 milioni del passato agli attuali 49 milioni.
Se da un lato il crollo appare evidente, dall’altro il calcio russo continua comunque a richiamare tesserati da differenti Paesi, sebbene con un appeal decisamente inferiore rispetto al passato. L’assenza di competizioni europee e di trofei internazionali, coadiuvato ad un’irrisolta situazione bellica, limita drasticamente la visibilità al solo panorama nazionale provocando una forte flessione nell'attrattiva del torneo. Tale fascino, nel periodo antecedente al conflitto, aveva condotto in Russia, paese che avrebbe dovuto persino a dover ospitare la finale di Champions League a San Pietroburgo nel 2022 - poi cancellata per note motivazioni - numerosi atleti di spicco e consistenti investimenti finanziari.