Dall'allarme dell'allenatore della Juventus ai compensi reali: perché il passaggio dai gettoni ai contratti fissi è la riforma necessaria per dare stabilità e autonomia all'AIA
Il ritiro estivo degli arbitri di Serie A (Foto AIA)
Il paradosso del calcio moderno è racchiuso tutto in una frase di Luciano Spalletti: “In campo ci sono 22 professionisti e un precario”. Mentre i club di Serie A si evolvono in aziende multinazionali e i calciatori diventano brand globali, l’uomo incaricato di far rispettare le regole vive ancora in un limbo contrattuale che sa di vecchio.
Il dibattito sul professionismo arbitrale non è più solo una questione di status, ma di sopravvivenza del sistema: la riforma che trasforma il "gettone di presenza" in una struttura da club non può più aspettare.
Oggi un fischietto internazionale arriva a percepire circa 160-170.000 euro lordi l’anno, ma è una cifra che nasconde un'insidiosa instabilità. Il guadagno complessivo è infatti fortemente sbilanciato verso una componente variabile legata all'impiego effettivo: un gettone che per la Serie A tocca i 4.000 euro a partita, scendendo a 2.000 per la Serie B.
Anche i ruoli tecnologici e di supporto seguono questa logica, con il VAR che incassa 1.700 euro nel massimo campionato e gli assistenti che si fermano a 1.400 euro. Persino a livello europeo, la UEFA segue tabelle rigide che premiano la designazione, con una finale di Champions League che può valere fino a 10.000 euro lordi per il direttore di gara.
A questa struttura "a cottimo" si aggiunge una parte fissa annuale che funge da base, ma che resta legata all'anzianità e al prestigio: si passa dai 30.000 euro per chi ha meno di 50 presenze fino ai 90.000 euro per gli internazionali.
In questo scenario, l’arbitro si ritrova a essere un libero professionista della decisione sotto costante pressione economica: se sbaglia e viene fermato dal designatore, il suo stipendio crolla drasticamente. È lecito chiedersi, dunque, se un uomo possa mantenere la totale serenità di giudizio quando ogni fischio può influenzare direttamente la propria stabilità finanziaria.
Il passaggio al professionismo trasformerebbe radicalmente l'AIA, facendola somigliare sempre più a un vero e proprio "terzo club" in campo.
Non si tratterebbe più di singoli professionisti che si ritrovano nel weekend, ma di una struttura organizzata capace di garantire ai suoi membri contratti fissi e tutele previdenziali come il TFR. Questa sicurezza economica non sarebbe un fine, ma un mezzo fondamentale per blindare l'indipendenza e la tranquillità dei direttori di gara.
Oltre all'aspetto contrattuale, la riforma porterebbe con sé una gestione quotidiana dell'attività arbitrale molto più simile a quella dei calciatori. Gli arbitri vivrebbero all'interno di una struttura definita, con accesso a staff medici, psicologi e preparatori atletici dedicati, curando ogni dettaglio della prestazione, dalla condizione fisica alla tenuta mentale.
Come auspicato dal vice-presidente AIA Francesco Massini, l'obiettivo finale è restituire al campo una figura autorevole e carismatica, capace di governare la tecnologia senza restarne subordinata, proprio grazie a una formazione continua e di stampo aziendale.
Mentre c’è chi, come l'AD del Bologna Claudio Fenucci, propone il "VAR a chiamata" per mitigare le polemiche, la vera rivoluzione resta culturale. Si è parlato a lungo della creazione di un Gruppo Elite gestito da FIGC e Leghe, un reparto scelto con autonomia organizzativa che sembrava il preludio a questa svolta, ma il progetto è rimasto finora sulla carta.
Il professionismo toglierebbe l'alibi della "precarietà" e darebbe agli arbitri gli strumenti per sbagliare meno, garantendo quella trasparenza richiesta a gran voce da tifosi e società.
Se chiediamo ai direttori di gara di essere impeccabili come macchine, dobbiamo smettere di trattarli come hobbisti di lusso. Il calcio italiano ha bisogno di questo "ciak": voltare pagina e trasformare l'ultimo precario del campo nel primo garante di un sistema moderno.