Euro 2032 tra promesse e ritardi: Roma vola con Pietralata, Torino bloccata sul valore del Grande Torino. Un'Italia a due velocità
L'assegnazione della Manifestazione (Foto x.com/@GennaroSerra)
Il cammino verso gli Europei 2032 sta delineando due Italie diverse. Da un lato c’è la Roma dei Friedkin, che sembra aver imboccato la corsia preferenziale della burocrazia; dall’altro il Torino di Urbano Cairo, intrappolato in una partita a scacchi con il Comune sul valore reale di un impianto che sente il peso degli anni.
Al netto del fatto che Torino è già coperta con l'Allianz Stadium perdere il treno delle opportunità che offre l'organizzazione della manifestazione per modernizzare tutto il parco impianti della Serie A sarebbe davvero delittuoso. Vediamo il dettaglio dei due impianti.
A Roma, il progetto Pietralata non è più solo un rendering suggestivo, ma un iter amministrativo che sta macinando chilometri. Entro febbraio 2026, la delibera per la conferma dell’interesse pubblico è attesa in Aula Giulio Cesare, segnando un passaggio politico cruciale.
Il cronoprogramma è ambizioso ma chiaro: dopo il vaglio delle sei commissioni capitoline competenti, l'obiettivo è chiudere la Conferenza dei Servizi entro l’estate del 2026. Se questa tabella di marcia venisse rispettata, la posa della prima pietra nel marzo 2027 non sarebbe un miraggio, permettendo all'AS Roma di inaugurare la sua nuova casa in tempo per il collaudo pre-Europeo.
Sotto la Mole, l'atmosfera è decisamente più tesa. Il futuro dello stadio di proprietà comunale è legato a una perizia dell’advisor Praxi che sta sollevando più dubbi che certezze. Le indiscrezioni parlano di una valutazione vicina ai 25 milioni di euro, una cifra che appare sorprendente se confrontata con lo stato attuale dell'impianto.
Tra infiltrazioni nel tetto che rendono il campo un lago a ogni pioggia, tubature soggette a rotture improvvise che allagano gli spogliatoi e impianti elettrici che hanno già mostrato segni di cedimento durante le partite ufficiali, lo stadio necessiterebbe di interventi strutturali profondi e costosi.
Senza un accordo su una cifra che Cairo definisca "equa", il rischio è che il bando previsto per la primavera vada deserto, lasciando il club granata in una situazione di stallo proprio mentre i competitor nazionali investono sul mattone.
Perché club come la Roma spingono per il nuovo impianto e perché il Torino esita davanti a una valutazione da 25 milioni? La risposta risiede nel bilancio e nella struttura dei costi.
Oggi, la maggior parte dei club di Serie A versa al Comune un canone d'affitto, che per i top club può oscillare tra i 2 e i 5 milioni di euro annui. A questo si aggiungono i costi di gestione operativa per i giorni gara. Tuttavia, il vero costo, quello più subdolo, è rappresentato dal mancato guadagno.
In un impianto non proprio, i ricavi da catering, aree VIP, eventi e persino i naming rights sono spesso spartiti con le amministrazioni o limitati da stringenti vincoli concessori.
Inoltre, i club pagano per l'uso di strutture vecchie che non permettono di generare ricavi 365 giorni l'anno attraverso musei, store, uffici o eventi corporate, limitando la loro capacità di espansione commerciale.
Possedere uno stadio trasforma radicalmente il profilo finanziario di un club, passando da un "costo di esercizio" a un "asset patrimoniale". Uno stadio di proprietà iscritto a bilancio aumenta immediatamente il valore della società (Enterprise Value), rendendola più appetibile per potenziali investitori o più solida per le banche che erogano credito.
Sebbene i costi di manutenzione ordinaria e straordinaria ricadano interamente sul club, l'efficienza energetica e tecnologica di un nuovo impianto riduce drasticamente gli sprechi rispetto a strutture degli anni '30 o '90 dello scorso secolo.
Fondamentale è poi il passaggio dal modello "match-day" al modello "live entertainment": lo stadio diventa un polo commerciale attivo tutto l'anno, generando ricavi diversificati che permettono di ammortizzare molto più rapidamente l'investimento iniziale.
Nel caso specifico del Torino, la cifra di 25 milioni per l'acquisto è solo il punto di partenza. Al costo d'acquisto il club dovrebbe aggiungere almeno altri 40-60 milioni di euro per una ristrutturazione massiva che porti l'impianto agli standard UEFA 4.
Per Urbano Cairo, l'operazione diventa sostenibile solo se il prezzo d'acquisto sconta in maniera significativa i costi dei lavori necessari. Senza questo equilibrio economico, l'affitto – pur con tutte le sue inefficienze – resta paradossalmente meno rischioso del diventare proprietari di un "pozzo senza fondo" burocratico e strutturale, che richiederebbe investimenti ingenti senza garanzie di un ritorno adeguato.