Dalle tattiche di Weisz al sacrificio di Kertész e Jaffe: perché ricordare la Shoah nel calcio significa trasformare il rito del silenzio in un impegno civile attivo
Casale Campione d'Italia 1913-1914 (Foto Inchiostrovirtuale)
C’è un’immagine distorta che spesso accompagna il racconto della Shoah: l’idea che l’orrore sia iniziato improvvisamente, come un temporale estivo. Ma la storia, e la storia del calcio in particolare, ci insegna che il buio arrivò a piccoli passi, un’espulsione alla volta. Prima dei cancelli di Birkenau, ci furono i cancelli dei centri sportivi che sbattevano in faccia ai campioni di origine ebraica.
In Italia, le Leggi Razziste del 1938 cancellarono figure come Arpad Weisz, il tecnico che aveva rivoluzionato il Bologna; il suo destino non fu un caso isolato, ma il paradigma di un mondo che decideva di amputare la propria cultura in nome della razza.
Per capire quanto il calcio fosse intrecciato alla vita civile dell’epoca, basta guardare alle storie di Raffaele Jaffe e Géza Kertész.
Jaffe non era un calciatore, ma l'anima di un miracolo: fu lui a fondare e portare al successo il Casale, la squadra dalle maglie nere con la stella bianca che nel 1914 strappò lo scudetto ai giganti del Nord. Un uomo che amava così tanto la sua terra da convertirsi al cattolicesimo, convinto che l’integrazione fosse il destino naturale di ogni uomo. Non bastò.
Nonostante i meriti sportivi, la macchina burocratica dell’odio non ebbe pietà: Jaffe fu arrestato e deportato ad Auschwitz, dove la sua vita si spense nel 1944.
Dall'altra parte troviamo Géza Kertész, soprannominato lo "Schindler del calcio".
Ungherese, giramondo della panchina con un passato importante a Catania, Roma e Lazio. Quando la guerra strinse l’Europa, Kertész non rimase a guardare. Tornato in Ungheria, sfruttò la sua fama e la sua rete di contatti per creare un’organizzazione di soccorso, vestendo i panni di un uomo comune per sottrarre ebrei e partigiani alla Gestapo.
Fu giustiziato dai nazisti nel 1945, a pochi giorni dalla liberazione di Budapest. La sua non fu una morte sportiva, ma la fine di un uomo che aveva capito che, fuori dal campo, non esistono spettatori, ma solo complici o soccorritori.
Oggi, guardando a queste storie, comprendiamo che il rapporto tra calcio e Memoria non può esaurirsi nel rito solenne del minuto di raccoglimento. Il silenzio degli stadi, sebbene necessario, rischia di diventare un gesto vuoto se non viene tradotto in un linguaggio quotidiano di resistenza all'odio.
La vera sfida è trasformare quella commemorazione in una presa di posizione costante. Il calcio è un megafono universale che parla a milioni di giovani e ha il potere di rendere l’antisemitismo e il razzismo corpi estranei al gioco, non "folclore da stadio".
Ricordare oggi significa smettere di considerare i cori discriminatori come semplici intemperanze, riconoscendoli invece come i rigurgiti di quel buio che inghiottì Jaffe e Weisz. Significa educare i ragazzi delle scuole calcio a vedere nel compagno o nell'avversario un essere umano, proteggendo la bellezza dello sport dall'inquinamento del pregiudizio.
Il Giorno della Memoria nel calcio è un richiamo alla vigilanza. Ogni volta che un simbolo di odio appare su una sciarpa o un insulto razzista squarcia il silenzio di una curva, quelle storie di campioni e presidenti finiti nel nulla tornano a interrogarci.
Il calcio è un gioco, è vero. Ma la memoria è la regola fondamentale senza la quale non può esserci nessuna partita degna di essere vissuta. Ricordare Kertész e Jaffe non serve solo a onorare il passato, ma a costruire un presente dove il pallone sia, finalmente, un terreno di libertà per tutti.