Rino Marchesi: l’ultimo artigiano in un calcio che diventava industria

Addio a Rino Marchesi, l’allenatore gentiluomo che guidò Maradona e Platini. Un artigiano del calcio che scelse la serenità nell'era della rivoluzione di Sacchi

Morte Rino Marchesi

Rino Marchesi e Ferruccio Valcareggi (Foto Ansa)

Nel calcio di oggi, dove l'allenatore è spesso un brand, un attore protagonista o un filosofo della tattica, la scomparsa di Rino Marchesi a 88 anni ci restituisce il fermo immagine di un’epoca diversa. Quella in cui il mister non cercava i riflettori per sé, ma si limitava a orientarli verso i campioni. 

Marchesi, come spiega bene Vaciago in un corsivo presente nell'edizione oggi in edicola di Tuttosport, non è stato, forse, un "Signor Allenatore" nel senso dei titoli in bacheca, ma è stato certamente un Allenatore Signore

È una distinzione sottile che oggi, nell'era della comunicazione urlata, brilla di una luce rarissima: quella della pura e semplice rispettabilità.

L’uomo che sussurrava a Diego e Michel

C’è un dato che, da solo, basterebbe a nobilitare un’intera carriera: Rino Marchesi è stato uno dei pochissimi tecnici al mondo ad aver allenato sia Diego Armando Maradona che Michel Platini.

Accolse il Pibe de Oro a Napoli nel suo primo, complicato anno italiano, e pochi anni dopo si trovò a Torino per gestire il crepuscolo dorato di Le Roi

Due divinità del calcio che Marchesi trattò sempre con la pragmatica serenità del "tecnico psicologo". 

Non cercava di stravolgere il gioco con rivoluzioni dogmatiche o presunzioni tattiche; il suo era un calcio di buon senso e ruoli tradizionali, dove lo stopper marcava il centravanti e il terzino seguiva l’ala, lasciando che fosse il talento puro a decidere le partite.

Il crepuscolo delle carrozze nell'era delle automobili

Il limite di Marchesi, se così si può chiamare, fu il tempismo della storia. Mentre lui continuava a essere un eccellente artigiano, il calcio intorno a lui si stava industrializzando in modo irreversibile. 

Si trovò quasi paradossalmente a costruire carrozze mentre gli altri iniziavano a fabbricare automobili

Il suo biennio bianconero fu proprio lo specchio di questo passaggio di consegne epocale: da una parte una Juventus che invecchiava sui ricordi, con un Platini ormai svuotato di stimoli e l'enigma Ian Rush che appassiva tra nostalgia e difese ferree; dall'altra l'ascesa del Milan di Arrigo Sacchi, che viaggiava come un jet verso il futuro. 

Eppure, anche in quel lento tramonto terminato con un sofferto spareggio UEFA, Marchesi non perse mai la bussola della propria dignità professionale.

L'eredità più grande: la serenità

In un mondo del calcio che oggi consuma tutto velocemente, l'eredità di Marchesi non risiede in uno schema tattico d'avanguardia o in una bacheca affollata di trofei, ma nelle parole di chi con lui ha condiviso il campo e lo spogliatoio. 

Gaetano Scirea, un altro gigante fatto di silenzi e stile, disse una volta di aver rubato qualcosa a ciascuno dei suoi tecnici, sottolineando come da Marchesi avesse imparato, sopra ogni cosa, la serenità

Rino se ne va lasciandoci questo: il ricordo di un calcio asciutto, fatto di poche interviste e concetti levigati. Un promemoria per tutti noi che si può stare ai vertici del sistema senza smettere, nemmeno per un secondo, di essere dei signori.

Dalla Fiorentina alle Grandi: il percorso di un protagonista discreto

Prima di diventare il volto sereno della panchina, Rino Marchesi, nato a Sesto San Giovanni l'11 giugno 1937 e scomparso il 1 marzo 2026 a Sesto Fiorentino è stato un calciatore di alto livello, legando il suo nome soprattutto alla Fiorentina

Con i viola alzò due Coppe Italia e una Coppa delle Coppe, collezionando anche due presenze in Nazionale. Significative esperienze anche con Atalanta e Lazio, con entrambe vinse la Serie B. 

La sua carriera da tecnico è stata una scalata costante: partito dalla gavetta con la Ternana in Serie B e l'Avellino in Serie A, si impose all'attenzione del grande calcio portando il Napoli di Ruud Krol a sfiorare lo scudetto nel 1981. 

Quel successo lo proiettò nel gotha degli allenatori italiani, permettendogli di sedere sulle panchine di Inter e Juventus. Nonostante l'assenza di trofei nel suo palmarès da allenatore, la sua onestà intellettuale e la capacità di gestire gruppi complessi lo resero uno dei tecnici più stimati da presidenti iconici come Boniperti e Ferlaino.

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