Dalla gestione politica al modello di business: una S.p.A. da 18 milioni per 40 arbitri d’élite, pronti a diventare veri professionisti con contratto e sponsor
Simone Sozza (Foto x.com//radio_romanista)
Il calcio italiano è a un bivio storico. Non si tratta dell'ennesima polemica post-VAR o di un protocollo da interpretare, ma di una riforma strutturale che punta a cambiare radicalmente la natura giuridica e operativa della classe arbitrale.
Il Presidente della FIGC, Gabriele Gravina, ha dato il via ufficiale ai lavori per trasformare l'idea di una classe d'élite in un fatto compiuto, delineando una rivoluzione che sposta il baricentro dell'arbitraggio verso il diritto privato.
L'obiettivo centrale della riforma è l'efficienza coniugata al professionismo. La nuova entità non sarà più una semplice associazione, ma una vera e propria società partecipata al 100% dalla Federazione, dotata di un'autonomia gestionale completa e di un budget solido.
Si parla di una dotazione finanziaria compresa tra i 17 e i 18 milioni di euro, che arriveranno nelle casse della nuova struttura direttamente dalla FIGC e, in quota parte, dalle Leghe di Serie A e Serie B.
Non è però solo una questione di risorse, ma di una profonda revisione della governance. Il nuovo assetto prevede infatti la nomina di un Consiglio di Amministrazione composto da tre membri indipendenti, figure di garanzia prive di legami diretti con i club, con l'AIA o con la Federazione stessa.
All'interno di questa struttura opereranno due figure chiave: un Direttore Tecnico, che agirà come un "super-designatore" incaricato di selezionare gli arbitri esclusivamente in base al merito e alle competenze, e un Direttore Amministrativo.
Quest'ultimo avrà il compito cruciale di gestire la burocrazia e gli aspetti economici, con una forte spinta verso la commercializzazione dei diritti d'immagine e la ricerca di sponsorizzazioni dedicate alla categoria.
La vera svolta per i protagonisti del campo — i 40 arbitri, 66 assistenti e 24 Video Match Officer selezionati per l'élite — sarà il passaggio definitivo al professionismo contrattualizzato. Se oggi l'arbitraggio è spesso vissuto come una missione supportata da rimborsi spese e gettoni di presenza, domani diventerà un rapporto di lavoro a tempo determinato con tutte le tutele previdenziali e legali del caso.
Questo mutamento di paradigma mira a responsabilizzare maggiormente i direttori di gara, slegando le loro nomine dalle vecchie logiche politiche dell'AIA, come ad esempio la necessità di garantire un'equa rappresentanza a tutti i territori. Nella visione di Gravina, la competenza pura deve prevalere su ogni altra valutazione.
In questo scenario, l'Associazione Italiana Arbitri non scomparirà, ma cambierà pelle, trasformandosi in una sorta di accademia nazionale. L'AIA manterrà infatti il controllo sulla formazione dei giovani e sulla gestione dei campionati fino alla Serie C, fungendo da fondamentale serbatoio di talenti da cui la nuova "Società d'Élite" potrà attingere per i massimi palcoscenici.
Il malcontento quasi unanime espresso dai club e dalle componenti federali nell'ultima riunione in via Allegri ha accelerato i tempi in modo drastico. La riforma punta a ridurre il rumore di fondo delle polemiche domenicali offrendo una classe arbitrale più preparata, meglio gestita e, soprattutto, trasparente sotto il profilo manageriale.
I tempi sono strettissimi: la FIGC punta a definire la bozza entro un mese per rendere il nuovo sistema operativo già dalla prossima stagione. Se l'AIA dovesse opporre resistenza, la Federazione ha già chiarito di essere pronta a far valere l'autorità del Consiglio Federale per adeguare i regolamenti, non escludendo l'ipotesi del commissariamento per garantire che questa svolta epocale non resti solo sulla carta.
Il calcio moderno richiede figure professionali a 360 gradi e questa "S.p.A. del fischietto" sembra essere l'unica strada per allineare l'industria calcistica italiana ai massimi standard europei.