Serie A, la crisi del gol compromette lo spettacolo e il business

Dalla "macchina da gol" dell'Atalanta di Gasperini alla stitichezza tattica dei diciassette 0-0 del 2025-2026: perché il calcio italiano ha smesso di segnare e quanto ci costa davvero

Serie A record negativo gol

La disfatta dell'Atalanta con il Bayern in UCL (Foto x.com/Andy_Calcio)

C’era una volta il gol. Almeno in Serie A, dove oggi si segna poco, per non dire pochissimo. L’inesorabile flessione che scandisce la stagione 2025-26 merita una profonda riflessione perché, se in inglese goal significa "scopo", il nostro campionato sembra aver smarrito il fine ultimo del gioco.

L’inesorabile discesa dei numeri

Il confronto con il passato recente messo sotto la lente di ingrandimento dalla Gazzetta dello Sport non è solo un esercizio statistico, ma il ritratto di un’evidente involuzione offensiva. Se torniamo con la mente alla stagione 2020-21, a questo punto del campionato avevamo esultato ben 837 volte; oggi, quel numero si è ridotto a un magro bottino di 683 reti. 

Parliamo di uno scarto di 154 gol evaporati in cinque anni. Anche rispetto alla scorsa stagione il saldo è negativo di 62 marcature, un segnale d'allarme che ha toccato il suo apice nel settimo turno, passato agli annali per il minimo storico di appena 11 gol in dieci partite. 

Mai, nell'ultimo decennio, la soglia psicologica dei 700 gol era stata violata al ribasso alla 28ª giornata, segno che lo spettacolo sta cedendo il passo a un tatticismo esasperato.

Chi sale: la filosofia che batte l'individualismo

In questo deserto realizzativo, c'è chi ha deciso di invertire la rotta non affidandosi ai soliti nomi, ma a un'idea di gioco diversa. Il caso più eclatante è quello del Como, che vanta un clamoroso +12 rispetto all'anno scorso. 

La ricetta di Cesc Fàbregas è rivoluzionaria: rinunciare spesso alla prima punta classica per dare spazio alla qualità di inserimento di Nico Paz o Caqueret, dimostrando che la produttività può nascere dall'organizzazione corale piuttosto che dal mestiere dei singoli. 

Anche il Genoa di De Rossi sorride con un solido +8, mentre le tre grandi storiche — Inter, Milan e Juventus — si limitano a galleggiare sui livelli passati. Sono queste "isole felici" a suggerire che, per tornare a segnare, non servono necessariamente nuovi acquisti, ma nuove filosofie di campo.

Il prezzo del silenzio: spettacolo e svalutazione

Questo calo non è però solo una questione di "noia" per i tifosi; è un fenomeno che incide direttamente sul portafoglio del sistema calcio. In un ecosistema dove i diritti TV rappresentano la linfa vitale, la diminuzione dei gol trasforma la Serie A in un bene meno "vendibile" all'estero. 

Mentre la Premier League macina record grazie a ritmi frenetici, il calcio italiano rischia di essere percepito come un prodotto più statico e meno appetibile televisivo.

Meno gol significa meno highlights virali e meno engagement sui social, traducendosi in una perdita di appeal per gli sponsor. I brand investono dove c'è emozione; diciassette 0-0 in undici giornate sono un deterrente per qualsiasi investitore pubblicitario.

Il rischio è una spirale negativa: meno spettacolo porta a una riduzione del valore dei diritti media, che a sua volta riduce la capacità di acquistare top player, alimentando il declino tecnico. Ogni gol non segnato ha un costo nascosto, misurabile in milioni di euro di valore del brand che sfumano al triplice fischio.

Una riflessione necessaria

Siamo di fronte a un eccesso di prudenza o a una carenza di talento negli ultimi 16 metri? I dati suggeriscono una Serie A che ha imparato a non prenderle, ma che ha dimenticato come si offende. Se il gioco non torna a essere "scopo", il rischio è quello di scivolare in un intrattenimento sempre meno appetibile per i mercati internazionali.

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