Mentre i dati del Viminale premiano la sicurezza negli stadi, la violenza si sposta in autostrada. Analisi dei costi, dei casi recenti e del confronto con l’Europa
L'episodio di Cremonese-Inter (Foto x.com@Andy_Calcio)
Le ultime tre giornate di campionato hanno proiettato un’ombra scura sul calcio italiano, riportandoci a immagini che speravamo confinate nel passato. Tutto è iniziato nel weekend del 18 gennaio, con la guerriglia in autostrada tra ultrà della Roma e della Fiorentina, per poi replicarsi il 25 con le tensioni tra laziali e napoletani, sempre lungo l’Autostrada del Sole.
A chiudere questo "trittico nero" è stato l'episodio del 1° febbraio 2026 allo stadio Zini, durante Cremonese-Inter, quando un petardo ha colpito il portiere Emil Audero. Il risultato è pesante: cinque tifoserie colpite da restrizioni, ma con pesi e misure differenti che svelano le nuove rotte della violenza.
Nonostante la gravità di questi episodi, i dati ufficiali del 2025 raccontano una realtà che può sembrare paradossale: lo stadio, oggi, è un luogo molto più sicuro. Il monitoraggio di oltre 2.300 incontri ha certificato un netto successo delle strategie di prevenzione.
Non si tratta di semplici sensazioni, ma di una flessione drastica degli indicatori di pericolo: i match con incidenti sono calati del 28% e i feriti tra i tifosi sono quasi dimezzati, con un crollo del 44,5%. Anche le forze di Polizia corrono oggi meno rischi, con un numero di feriti sceso del 50%.
Questi numeri suggeriscono che la tecnologia e il coordinamento operativo all'interno degli impianti stiano funzionando. Tuttavia, proprio questa ritrovata inviolabilità degli stadi sembra aver spinto le frange violente verso le "zone d’ombra" della logistica: gli autogrill e gli snodi autostradali. Lontano dalle telecamere a circuito chiuso e dai controlli biometrici, la violenza ha trovato una nuova valvola di sfogo, trasformando il viaggio in una sfida territoriale difficile da prevedere.
In questo scenario, il caso di Cremona rappresenta un’eccezione interessante. Il lancio del petardo contro Audero è stato un atto d'inciviltà grave, eppure la sanzione per il tifo nerazzurro si è limitata a tre giornate di divieto di trasferta, una mano decisamente più leggera rispetto ai lunghi stop inflitti per gli scontri sull'A1.
Questa differenza non è frutto di parzialità, ma della diversa natura dell'evento: all'interno di un impianto moderno la responsabilità può essere circoscritta.
Grazie alla videosorveglianza ad alta definizione, è stato possibile individuare il singolo autore in tempi record. Al contrario, gli scontri "da strada" vengono letti come guerriglia organizzata dove, mancando un controllo perimetrale immediato, l'autorità è costretta a punire l'intera collettività.
C'è però un aspetto che trasforma la questione in un problema di bilancio pubblico: il costo economico. In Italia, la macchina della sicurezza per il calcio ha un costo annuo stimato in circa 45 milioni di euro. È una cifra che ricade quasi interamente sulle spalle dei contribuenti, poiché lo Stato si fa carico di tutto ciò che accade fuori dai cancelli.
Mentre l’Italia continua a far pesare questi oneri sulla collettività, in Europa il panorama è diverso.
In Inghilterra, dove i costi hanno superato gli 80 milioni di euro, vige il principio del "chi organizza, paga": i club della Premier League rimborsano massicciamente le forze di polizia per i servizi prestati.
Anche in Spagna, la Liga ha adottato un approccio che responsabilizza le società, obbligandole a contribuire attivamente ai costi delle operazioni ad alto rischio. In Italia, invece, restiamo ancorati a una visione dove il costo della violenza viene spalmato su tutti i cittadini, indipendentemente dal loro interesse per il pallone.
La sfida del 2026 è ormai chiara: non basta più blindare gli stadi. Finché il costo sociale ed economico della guerriglia non graverà direttamente su chi la compie e, in parte, su chi la tollera, resteremo ostaggi dell'emergenza.
Il calcio italiano non può permettersi di essere un'impresa che privatizza i profitti e socializza i danni. Serve un salto culturale e normativo: trasformare la responsabilità da collettiva a individuale e il costo della sicurezza da pubblico a privato. Solo così potremo smettere di chiudere i settori ospiti e iniziare, finalmente, a chiudere definitivamente con i violenti.