Tra paradossi contabili e veti politici, il Napoli studia la controffensiva legale: ecco perché la solidità finanziaria non basta più per sbloccare gli acquisti azzurri
Aurelio De Laurentiis e Beppe Marotta (Foto Gonfialarete.com)
Il calcio italiano si è risvegliato nel bel mezzo di un cortocircuito normativo che sembra uscito da un manuale di surrealismo burocratico. Da un lato, un club con 174 milioni di euro di liquidità e un patrimonio netto di 190 milioni; dall’altro, un regolamento che gli impedisce di operare liberamente sul mercato.
Il "caso Napoli", esploso nell'ultima Assemblea di Lega, non è solo la cronaca di uno sfogo di Aurelio De Laurentiis, ma la fotografia di un sistema che fatica a distinguere la solidità reale dai parametri formali, trasformando la virtù in un limite invalicabile.
Il cuore dello scontro è squisitamente tecnico e riguarda il nuovo indicatore del costo del lavoro allargato. Per capire perché il Napoli si ritrovi con il mercato bloccato nonostante una cassa record, occorre analizzare come vengono iscritti a bilancio i cartellini dei calciatori.
La maggior parte dei club adotta l'ammortamento a quote costanti, dividendo equamente il costo del giocatore per gli anni di contratto. Il Napoli, invece, ha storicamente scelto la strada dell'ammortamento a quote decrescenti, una strategia prudenziale che punta a "scaricare" la fetta più consistente del costo proprio sui primi anni di contratto.
Questa metodologia permette di abbattere subito il valore contabile dei calciatori, minimizzando il rischio di future svalutazioni. Tuttavia, con l'obbligo di non superare l'80% dei ricavi per le spese della rosa, il meccanismo si è trasformato in un boomerang.
Avendo investito circa 300 milioni nell'era Conte, il Napoli si ritrova con costi d'ammortamento "gonfiati" proprio in questa stagione. Se il club potesse già applicare la correzione promessa dalla FIGC per il 2026 (che consentirà di ricalcolare i valori con il metodo costante), lo sforamento del parametro 0.8 sarebbe nullo, liberando istantaneamente la capacità di spesa.
Ma oltre ai numeri c'è la politica sportiva, fatta di assenze pesanti e veti incrociati. La FIGC ha già riconosciuto l'iniquità della norma, ma il tentativo di De Laurentiis di ottenere una deroga immediata ha spaccato la Lega Serie A. Nonostante 16 voti favorevoli, il "no" del Milan e le astensioni strategiche di Inter, Juventus e Roma hanno impedito l'unanimità richiesta dal Consiglio Federale per blindarsi da possibili ricorsi legali.
L'assenza di Beppe Marotta al Consiglio e la presenza di Giorgio Chiellini per la Juventus segnano una linea di confine chiarissima: le rivali storiche hanno scelto di non "salvare" il Napoli mentre la squadra deve gestire le emergenze legate agli infortuni di Neres e Politano.
A rendere la situazione ancora più amara è la prospettiva di febbraio: la soglia dei controlli scenderà a 0.7, iniziando però a escludere i costi dei calciatori italiani Under 23. Una boccata d'ossigeno che arriverà però a calciomercato chiuso, confermando la vittoria diplomatica di chi ha voluto tenere le regole attuali "in ghiacciaia".
Davanti a questo stallo, De Laurentiis non sembra intenzionato ad arrendersi al "saldo zero". Il club sta studiando diverse contromosse legali per scardinare quello che appare come un "muro di gomma". Una prima opzione riguarda il ricorso d’urgenza al Collegio di Garanzia dello Sport o al TAR, contestando l'irragionevolezza di una norma che ignora la solvibilità reale dell'azienda.
Impedire a un'azienda sana di investire i propri utili a causa di un tecnicismo contabile già ufficialmente giudicato distorsivo potrebbe essere configurato come un danno ingiusto.
Inoltre, il club potrebbe sollevare una questione di violazione della libera concorrenza. Se le regole penalizzano un club virtuoso favorendo paradossalmente società con debiti strutturali più elevati (solo perché utilizzano una diversa distribuzione degli ammortamenti), si crea una disparità di trattamento che potrebbe interessare anche la giustizia ordinaria.
Il verdetto resta dunque in bilico tra il campo e il diritto, lasciando il DS Manna in una posizione scomoda: dover operare con una cassaforte piena, ma con le chiavi sequestrate dalla burocrazia sportiva.