Dal ristorante Savini al tetto del mondo: la storia del 20 febbraio 1986, il giorno in cui Silvio Berlusconi trasformò il Milan nella squadra del secolo
Silvio Berlusconi a San Siro (Foto x.com/Gazzetta)
Il 20 febbraio 1986 (40 anni tondi tondi oggi) non è stata solo una data sul calendario, ma l’inizio di una nuova era geologica per il calcio italiano.
Mentre i milanesi si dividevano tra la devozione per Santa Giacinta e San Leone di Catania, il destino del club rossonero veniva riscritto in una saletta riservata del ristorante Savini, nel cuore della "Milano da bere".
Fu lì, infatti, che le ambizioni di "Sua Emittenza" Silvio Berlusconi incontrarono le necessità di un Milan allora agonizzante e intrappolato in una guerra di trincea finanziaria.
La trattativa non fu affatto una passeggiata, ma un vero braccio di ferro economico. Tra i debiti pesanti di Giuseppe “Giussy” Farina che dal Vicenza di Paolo Rossi fece il salto al Club rossonero facendo forse il passo più lungo della gamba, ai sequestri conservativi delle azioni richiesti da Gianni Nardi e le brevi incursioni di altri pretendenti come il petroliere Armani, ci volle la visione decisa di Silvio Berlusconi per sbloccare l'impasse.
Con un’operazione lampo da 6 miliardi di lire per l'acquisto e un immediato aumento di capitale, il Milan passò ufficialmente nelle mani di Fininvest. Quella sera di febbraio, Paolo Berlusconi definì l'acquisto come un bivio tra "atto d’amore o follia": col senno di poi, fu la scommessa più visionaria della storia dello sport moderno.
L’impatto del nuovo presidente fu immediato e profondamente scenografico, capace di unire la solidità dei capitali a una comunicazione che oggi definiremmo "disruptive". Berlusconi non portò solo liquidità, ma un nuovo paradigma che partiva da gesti simbolici, come la consegna degli assegni per gli stipendi arretrati accompagnata dallo champagne a Milanello, per arrivare all'epica cinematografica.
Resta iconico il raduno estivo all'Arena Civica, dove tre elicotteri atterrarono sul prato sotto una pioggia battente e sulle note della Cavalcata delle Valchirie di Wagner, sbarcando i nuovi acquisti e trasformando una squadra che faticava a restare a galla in una vera corazzata d'élite.
Dietro la scalata ai trofei non c’erano solo i grandi investimenti su campioni come Donadoni o il leggendario trio olandese composto da Gullit, Van Basten e Rijkaard, ma una struttura societaria snella e ferocissima.
La catena di comando era cortissima, con Berlusconi al vertice supportato da figure chiave come Adriano Galliani e Ariedo Braida. Soprattutto, ci fu il coraggio tecnico di puntare su un "outsider" della Serie B, Arrigo Sacchi, la cui filosofia di gioco portò l'UEFA a definire quel Milan come la "squadra del secolo", aprendo la strada a cicli vincenti senza fine sotto le guide di Fabio Capello e Carlo Ancelotti.
Dall'esordio quasi profetico a Como nel febbraio '86 — terminato 1-1 proprio come la sfida più recente tra le due squadre — fino all'ultimo trofeo alzato nel 2016 grazie alle parate di un giovanissimo Donnarumma, i 31 anni di presidenza Berlusconi restano un capitolo irripetibile.
Un'avventura iniziata tra le carte bollate dei creditori e conclusa sul tetto del mondo, capace di dimostrare che il calcio non è solo un gioco di numeri, ma una costruzione estetica nata da una firma in Galleria Vittorio Emanuele.