Stadio Flaminio-Lazio, perché il piano di Lotito rischia il fuorigioco (e qual è la vera alternativa)

Il no della Soprintendenza e i dubbi finanziari frenano il progetto Flaminio. Ecco perché per la Lazio la vera svolta è sdoppiare lo stadio e la Polisportiva

Lotito e lo Stadio Flaminio

Il Presidente della Lazio Claudio Lotito (Photo by Marco Rosi - SS Lazio/Getty Images)

Il 14 giugno è arrivato il primo, prevedibile stop della Soprintendenza al progetto della Lazio per lo Stadio Flaminio. I rilievi sono pesanti: la storica pensilina dei Nervi non si tocca e il secondo anello da oltre 50mila posti stravolgerebbe il catino originario. Con soli 30 giorni per rispondere all'interno della Conferenza dei Servizi, scrive Il Corriere dello Sport oggi in edicola, il club di Claudio Lotito si trova davanti a un bivio cruciale che intreccia vincoli architettonici, sostenibilità finanziaria e dinamiche di tifo. Ma occorre scindere la questione in due aspetti che spesso vengono confusi, ovvero cosa si può fare davvero al Flaminio e cosa converrebbe economicamente alla Lazio.

Il nodo strutturale e il rischio di un impianto già vecchio

Il Flaminio si trova nel cuore pulsante di Roma, ma i vincoli attuali permetterebbero solo un restauro conservativo che ne ridurrebbe la capienza a circa 40.000 posti. Una cifra troppo bassa, che rischierebbe di ridimensionare il club e di costringerlo a un umiliante ritorno all'Olimpico in occasione dei big match.

Il tentativo di aggirare il limite con una sovrastruttura esterna in acciaio finirebbe inoltre per spezzare la Curva Nord su due piani. La tifoseria organizzata ha già espresso il suo verdetto, ricordando che una curva divisa in due non è una vera curva. Si tratta di un autogol strategico evidente, specie se confrontato con la futura maxi Curva Sud da 23.000 posti, concepita come un unico muro umano, che la Roma sta progettando a Pietralata.

La sostenibilità finanziaria sotto la lente

Al di là dei rendering commerciali, è la struttura economico-finanziaria a preoccupare gli analisti. Il progetto oscilla complessivamente tra i 438 e i 480 milioni di euro, una cifra che dovrebbe essere coperta da 80-85 milioni di autofinanziamento da parte del club, mentre la restante quota verrebbe assorbita da un debito a lungo termine attraverso un finanziamento trentennale da circa 280 milioni, integrato da contributi pubblici e oneri urbanistici.

Il problema risiede nella fragilità del veicolo societario: una Newco controllata al 100% dalla Lazio, capitalizzata con appena 10 milioni, che si reggerebbe quasi interamente su debito. Con una società che sul mercato ha mostrato forti rigidità nel rispettare i parametri federali, l'assenza di un solido partner industriale o finanziario rende l'intera operazione vulnerabile. Inoltre, manca la garanzia principale rappresentata dal consenso della tifoseria. In un modello di business moderno, il piano di rientro si basa sui ricavi da stadio e, con una piazza in aperta contestazione, qualunque piano di rimborso rischia il default.

La strategia intelligente: l'operazione "Sdoppiamento"

La strada più lungimirante scrive sempre il Corriere dello Sport per il club sarebbe smettere di chiedere a un monumento di fare due lavori contemporaneamente, optando per una strategia bifronte che separi lo stadio di calcio dalle altre attività. Da un lato, l'obiettivo per la prima squadra dovrebbe spostarsi su Parco de’ Medici, un'area a sud-ovest già servita da autostrada e ferrovia, priva di vincoli storici e con costi di realizzazione inferiori ai 480 milioni del Flaminio, dove poter costruire un impianto moderno, hi-tech e da oltre 50.000 posti.

Dall'altro lato, il Flaminio andrebbe finalmente riconvertito nella casa ufficiale della Polisportiva S.S. Lazio. Una realtà che rappresenta la più grande associazione polisportiva d'Europa con i suoi oltre 10.000 atleti troverebbe qui lo spazio perfetto per la Lazio Women, il museo e la sede sociale.

Il vantaggio strategico

Un intervento di puro recupero del Flaminio costerebbe solo una cinquantina di milioni complessivi, ampiamente copribili con fondi pubblici, europei o tramite gli oneri urbanistici già parzialmente individuati in passato. Questa mossa genererebbe una compensazione urbanistica decisiva da spendere poi per il nuovo stadio a Parco de’ Medici.

Sdoppiare i progetti toglierebbe al Comune e al Ministero della Cultura un problema spinoso che dura da vent'anni, rimettendo la tradizione biancoceleste nel cuore della città e offrendo uno spazio anche a realtà locali in crescita come il Trastevere Calcio. Proseguire sulla strada del Flaminio ampliato rischia solo di far perdere anni preziosi, mentre le aree edificabili dentro Roma continuano a sparire. Per Claudio Lotito è tempo di decidere se inseguire un rischio incalcolabile o blindare il futuro della Lazio con un asset reale.

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