La Roja e la Seleccion si sfidano nella finale dei Due Mondi: un incrocio inedito tra la filosofia geometrica di Cruyff e l'anima infinita di Maradona
Lionel Messi esulta dopo la semifinale Mondiale (Photo by Dan Mullan/Getty Images)
Un incrocio di destini che sembrava scritto nelle stelle, eppure non si era mai materializzato sul palcoscenico più importante. Spagna-Argentina è la finale mondiale che non ti aspetti, ma che tutti sognavamo. I Campioni d'Europa contro i Campioni del Mondo e del Sudamerica si sfidano nell'atto conclusivo di un torneo che ha ridisegnato le gerarchie del calcio internazionale.
Non si tratta solo di una contesa per la coppa più prestigiosa, ma del culmine di una dinastia filosofica ben precisa. Da una parte troviamo il possesso, la geometria e il collettivo, diretta eredità del profetismo di Johan Cruyff. Dall'altra risponde la scuola argentina, un calcio di strada fatto di carattere, transizioni feroci e un misticismo che ha un solo nome: Diego Armando Maradona, oggi ereditato e traghettato nell'eternità da Lionel Messi.
La vigilia del torneo faceva presagire un più classico scontro tra Francia e Argentina, ma la Spagna di De la Fuente ha sparigliato le carte con una semifinale magistrale. Il commissario tecnico Scaloni sa bene che questa Roja è meno decifrabile e tatticamente più evoluta rispetto ai francesi. La Spagna scende in campo con un assetto fluido, un finto quattro-due-tre-uno che si trasforma rapidamente in un quattro-sei-zero senza punti di riferimento.
La chiave di volta di questa struttura è senza dubbio Mikel Oyarzabal, definito il centravanti invisibile. Non si comporta da uomo d'area di rigore, ma arretra costantemente per dialogare con Dani Olmo e aprire varchi per gli inserimenti di Yamal e Baena. Sulla fascia destra, la spinta di Porro aggiunge un'ulteriore dimensione all'attacco, mentre a sinistra Baena si accentra per dare equilibrio alla squadra, lasciando la corsia alle sovrapposizioni di Cucurella. Il tutto viene orchestrato dal cervello di Rodri e dalla regia dinamica di Fabian Ruiz, capaci di garantire il possesso palla più dominante del torneo.
Dall'altra parte, l'Argentina oppone un'organizzazione difensiva d'acciaio. Scaloni ha strutturato un quattro-quattro-uno-uno estremamente compatto che punta tutto sulla densità a centrocampo. Davanti alla solida coppia centrale composta da Romero e Lisandro Martinez, la linea mediana è formata di fatto da quattro centristi di ruolo, con Paredes nel ruolo di schermo protettivo davanti alla difesa.
È un sistema che richiede un sacrificio collettivo enorme: a turno, una delle due punte di movimento, Lautaro Martinez o Julian Alvarez, rientra sulla linea dei centrocampisti per coprire gli spazi e raddoppiare in marcatura. Questo lavoro oscuro permette a Lionel Messi di agire come una sorta di centravanti arretrato e di gestire le sue forze fisiche, concentrandosi esclusivamente sulle giocate decisive e lasciando ai compagni il compito di correre e fare legna.
Il duello cruciale del match si consumerà proprio a metà campo. Se Rodri riuscirà a dettare i tempi senza subire l'aggressività della diga argentina, la Roja potrà controllare il flusso del gioco a proprio piacimento. In caso contrario, la fisicità e la capacità di transizione dei sudamericani rischiano di spaccare in due la partita. C'è poi la sfida nella sfida tra la retroguardia dell'Albiceleste e l'attacco mobile di De la Fuente: Romero e Lisandro non avranno un riferimento fisso da marcare e dovranno evitare di farsi trascinare fuori posizione dai movimenti a uscire di Oyarzabal.
Infine, occorrerà fare attenzione alla gestione dei momenti di emergenza. La Spagna fa della sicurezza e del controllo il suo mantra, mentre l'Argentina ha dimostrato di sapersi esaltare proprio nelle difficoltà, risolvendo diverse partite con assalti finali disperati ma estremamente efficaci, portando molti uomini in area e trovando soluzioni decisive anche con i difensori e i centrocampisti.
Impossibile, infine, non lasciarsi affascinare dal romanticismo del confronto generazionale. Da una parte c'è Lionel Messi, giunto all'ultimo ballo della sua leggendaria carriera, forse meno brillante sul piano atletico rispetto al passato ma ancora capace di incidere su ogni singolo gol della sua nazionale. Dall'altra parte brilla la stella di Lamine Yamal, il giovanissimo talento che molti indicano come il suo naturale erede. Trentuno anni di differenza, lo stesso baricentro basso e la medesima facilità nel saltare l'uomo per creare superiorità numerica.
I precedenti storici riflettono un perfetto equilibrio, con sei vittorie a testa nei dodici incontri disputati finora. L'ultimo scontro diretto, un'amichevole del 2018 finita sei a uno per gli spagnoli, non fa testo sia per il valore della posta in gioco, sia per l'assenza di Messi in quella serata. Questa finale mondiale scriverà una pagina indelebile nella storia del calcio, decidendo se a trionfare sarà la sinfonia geometrica e corale della Spagna o l'anima infinita e pragmatica dell'Argentina.