Il "patto della luna di miele" tra Abodi e Malagò: la politica e il calcio provano a fare squadra

Abodi e Malagò avviano il nuovo corso Figc. Tra riforme di sistema e ius soli sportivo, serve un’agenda industriale condivisa per modernizzare il calcio.

Abodi e Malagò

Giovanni Malag e Andrea Abodi (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Un'ora e mezza per resettare il passato, archiviare le tensioni della campagna elettorale e tracciare la rotta del calcio italiano. Il primo incontro ufficiale a Milano tra il Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, e il neo-eletto presidente della Figc, Giovanni Malagò, segna l’inizio di una tregua istituzionale quanto mai necessaria. Definitisi "diversamente amici" nelle scorse settimane, i due leader hanno scelto l'altare della pragmaticità e della collaborazione per inaugurare una stagione che lo stesso Abodi ha battezzato come "la luna di miele". Un periodo di grazia post-elettorale, dettato dall’entusiasmo del risultato, in cui le spinte corporative delle diverse componenti federali sono temporaneamente sopite e lo spazio per le riforme strutturali diventa più ampio.

Un'agenda industriale per il rilancio del sistema

Il colloquio, definito lungo e denso di contenuti, ha rimesso al centro un’agenda industriale e politica che il sistema pallone non può più permettersi di rimandare. Sul tavolo non c'è solo la gestione tecnica della Nazionale o la riorganizzazione del Club Italia — dossier urgenti che Malagò affronterà già nel consiglio federale di mercoledì prossimo, che vedrà l'ingresso dei vicepresidenti Ezio Simonelli (Serie A) e Umberto Calcagno (Aic) — ma una vera e propria visione di sistema. Dalla modernizzazione degli stadi alla revisione della mutualità, passando per gli investimenti strutturali nei vivai, la fiscalità del comparto, la gestione dei proventi delle scommesse e la riforma dei campionati e della giustizia sportiva. Un menù vastissimo che richiede ritmi serrati e scadenze precise.

Il modello multietnico e lo ius soli sportivo

Ad arricchire il confronto vi è anche una suggestione culturale e tecnica per il futuro dell'Italia calcistica, evocata dal Ministro Abodi: un modello di Nazionale che sappia mixare la fantasia del Brasile e la solidità organizzativa ed emergente del Marocco. Un obiettivo che si scontra frontalmente con la scarsa multietnicità del nostro movimento. Non a caso, Malagò ha subito raccolto l’eredità del suo predecessore Gabriele Gravina rilanciando la necessità di fare passi avanti decisivi sullo "ius soli sportivo". Valorizzare il serbatoio degli italiani di seconda generazione non è più soltanto una questione di inclusione sociale, ma una priorità strategica per colmare il gap competitivo con le altre grandi federazioni europee, che da anni beneficiano di una programmazione inclusiva a livello giovanile.

Una governance condivisa contro i veti incrociati

La consapevolezza emersa da questo primo vertice milanese è che "due persone da sole non bastano". La complessità del calcio contemporaneo richiede una governance partecipata, una sistematica convergenza tra istituzioni politiche e sportive e, soprattutto, l'abbandono dei veti incrociati. Il calendario dei prossimi mesi è già fissato, con incontri programmatici a luglio e settembre per monitorare lo stato di avanzamento delle riforme. Se la luna di miele saprà trasformarsi in un piano industriale concreto, lo scopriremo presto. Quel che è certo è che il calcio italiano, stretto tra scadenze internazionali e nodi strutturali irrisolti, non ha più tempo da perdere.

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