Tra lo show dell'intervallo e il record di incassi, il torneo 2026 segna il passaggio definitivo del pallone alla geopolitica e all'intrattenimento americano
Rodri alza la Fifa World Cup 2026 (Photo by Lars Baron/Getty Images)
Un mese e cinque settimane dopo l’inizio della maratona più imponente di sempre, il Mondiale 2026 va in archivio lasciando in eredità la più classica delle dicotomie: da un lato la consacrazione del campo, dall'altro la definitiva resa del pallone alle logiche dello spettacolo e della politica.
Alla fine, la risposta più onesta l’ha data il terreno di gioco. Ha vinto la squadra più solida, moderna e strutturata: la Spagna di Luis de la Fuente. Campione d'Europa in carica e ora sul trono del mondo, la Roja ha dimostrato che la continuità di un progetto tattico – forte di creatori come Rodri, Pedri e Fabian Ruiz – vale più delle fiammate estemporanee.
La finale si è trasformata in un passaggio di consegne storico. Da una parte un Leo Messi stoico ma esausto, arrivato all'ultimo atto con lo stesso amaro finale dell'86 e del '90 di Maradona; dall'altra Lamine Yamal, il ragazzo che proprio Messi lavava in una tinozza da neonato e che oggi si prende la Coppa del Mondo. L’Argentina, arroccata, fisica e stremata, ha resistito fino ai supplementari per poi cedere ai colpi di Nico Williams e Ferran Torres. Il verdetto del rettangolo verde è stato inappuntabile.
Se il campo ha premiato il talento, ciò che è accaduto attorno ha tracciato una linea d'ombra da cui far ritorno sarà difficilissimo. La regia istituzionale del binomio formato da Gianni Infantino e Donald Trump ha spinto il format verso un'esasperazione mai vista prima, a partire da una marcata "Super Bowl-izzazione" della finale.
L'intervallo prolungato a trenta minuti per far spazio a maxi-esibizioni, musica in playback e mascotte ha spezzato la naturale sacralità della partita, trasformando un grande evento sportivo in un varietà televisivo che ha lasciato persino i giocatori disorientati al momento del rientro sul terreno di gioco.
Questa visione si è riflessa anche nella gestione dell'intero torneo, segnato dalla consegna degli anelli in perfetto stile NBA, dall'ipotesi di future edizioni ipertrofiche a 64 squadre e da palesi cortocorti diplomatici, tra visti negati a ex campioni e cavilli regolamentari usati per proteggere i protagonisti più attesi.
Il mercato americano ha così accolto il soccer non adattandosi alla sua tradizione, ma piegandone i ritmi alle proprie esigenze commerciali: dai prezzi dei biglietti schizzati alle stelle fino all'introduzione strategica dei cooling break, utili a inserire remunerativi spot pubblicitari.
La sensazione diffusa al termine di questo torneo è che il calcio abbia perso il suo ultimo briciolo di innocenza. La sovrapposizione tra potere politico, massimizzazione dei ricavi e spettacolo di massa è ormai totale.
Resta tuttavia un'alternativa per i protagonisti di questo sport — club, allenatori e calciatori. Continuare ad accettare passivamente il calendario saturo e le regole dello show in cambio dell'incessante crescita dei ricavi, oppure prendere coscienza che l'anima laica e imperfetta di questo gioco, fatta anche di tempi morti e attesa, è proprio ciò che lo ha reso unico al mondo.