Retroscena e cifre sul piano della FIFA: l'asse tra Infantino e la famiglia Kushner per cedere quote del torneo ai privati e trasformare il pallone in un asset.
Donald Trump e Gianni Infantino (Photo by Dan Mullan/Getty Images)
Il fischio finale del Mondiale extralarge nordamericano è risuonato da appena un paio di settimane, ma la partita più importante per il futuro del calcio si sta giocando ora, lontana dai campi verdi e all'interno dei grattacieli della finanza globale. Le recenti indiscrezioni lanciate da The Times e Financial Times squarciano il velo sulle ambizioni di Gianni Infantino: vendere quote del Mondiale di calcio a investitori privati.
Dietro la retorica del "calcio per i popoli" e le lamentele contro gli hater, si delinea un progetto neoliberista senza precedenti. La FIFA non è più solo l'organo di governo del calcio globale, ma sta mutando geneticamente in una vera e propria merchant bank.
Il piano, emerso in totale segretezza e all'insaputa delle 211 federazioni azioniste, prevede lo spacchettamento del prodotto "Mondiale". L'obiettivo è creare una nuova società controllata, la FIFA Forward Enterprise (FFE), in cui far confluire tutte le attività commerciali e di gestione degli eventi.
Se da un lato la FIFA garantisce che manterrà il controllo sulla governance e sul calendario sportivo, dall'altro apre le porte a banche d'affari come JP Morgan e fondi d'investimento privati per l'acquisizione di quote di minoranza. Una manovra finanziaria da cui Zurigo punta a raccogliere tra i 4,2 e i 10 miliardi di dollari. Per oliare i meccanismi ed evitare barricate interne, Infantino ha ideato una vera e propria pioggia di milioni da redistribuire a pioggia: ogni federazione nazionale riceverebbe un fondo eccezionale di 20 milioni di dollari già nel quadriennio 2027-2030, una cifra che salirebbe gradualmente a 22 milioni per il periodo 2031-2034, fino a raggiungere i 24 milioni di dollari nel quadriennio 2035-2038.
Se i soldi sono il motore, le relazioni politiche ne sono il carburante. Al centro di questa trama spicca la famiglia Kushner. Da un lato c'è Jared Kushner, genero di Donald Trump. Definitosi ironicamente un "collaboratore non pagato" di Infantino, Jared è stato l'architetto occulto della vittoria della candidatura USA per il Mondiale 2026. Sfruttando i suoi legami con la presidenza americana e con l'uomo forte saudita Mohammed bin Salman (assicurando al Marocco l'edizione 2030 e all'Arabia quella del 2034), ha plasmato il torneo appena concluso, imponendo Miami come base operativa FIFA e il New Jersey per la finalissima.
Dall'altro lato c'è Joshua Kushner, fratello minore di Jared e fondatore del fondo Thrive Capital. Secondo le fonti più accreditate, sarebbe proprio lui uno dei principali investitori privati pronti ad accaparrarsi le quote del nuovo business FIFA. Un intreccio perfetto in cui l'amicizia politica del fratello maggiore spiana la strada ai dividendi milionari del fratello minore.
Cosa comporta concretamente l'ingresso dei fondi privati nel torneo calcistico più importante al mondo? Chi investe ingenti capitali non lo fa certo per beneficenza, ma per massimizzare i profitti, un'esigenza che rischia di stravolgere del tutto la struttura del gioco.
Sul piano del format, l'allargamento a 48 squadre approvato di recente potrebbe rivelarsi solo un punto di partenza: le pressioni commerciali spingono verso un Mondiale a 64 finaliste o più, tornando persino a rispolverare la vecchia idea di disputare la fase finale ogni due anni anziché ogni quattro per raddoppiare gli incassi. Anche lo spettacolo sul campo verrebbe riadattato ai modelli d'intrattenimento americani: gli intervalli tra un tempo e l'altro potrebbero allungarsi notevolmente per ospitare show in stile Super Bowl e massimizzare gli spazi pubblicitari.
Sul fronte dell'assetto istituzionale, infine, si prospetta una trasformazione manageriale profonda, con Gianni Infantino pronto a ricoprire dal 2031 il ruolo di CEO della nuova società con un ingaggio da oltre 60 milioni di dollari l'anno, del tutto simile agli stipendi dei top manager della NFL americana.
Di fronte a questo scenario, l'UEFA è intervenuta con un comunicato durissimo. Il governo del calcio europeo considera questa svolta una vera e propria "linea rossa" intollerabile, ricordando che l'anima e le regole del gioco non sono asset da vendere al miglior offerente, specialmente attraverso trattative condotte nell'ombra.
Alla fine, il conto di questa iper-commercializzazione ricadrà inevitabilmente sui consumatori finali: i tifosi. Distratti dagli hydration break e dagli show di contorno, gli appassionati si troveranno di fronte a un prodotto sempre più frammentato, costoso e lontano dalle sue origini. Infantino chiede di godersi il calcio e ignorare le critiche, ma il messaggio per i tifosi sembra ormai uno solo: il gioco è di tutti, ma i profitti sono per pochissimi. Il confine tra evoluzione commerciale e perdita dell'identità del gioco non è mai stato così sottile. Tra la promessa di nuove risorse per il movimento globale e il rischio di trasformare la Coppa del Mondo in uno show a uso e consumo dei mercati finanziari, il dibattito è aperto.