Oltre l'ultima partita: la "seconda capitalizzazione" della carriera degli atleti
Sir David Beckham, Co-owner of Inter Miami CF (Photo by Megan Briggs/Getty Images)
Gaël Monfils ha quarant'anni e per ventidue di questi ha fatto un solo mestiere: il tennista professionista. È arrivato numero sei del mondo, ha vinto tredici titoli ATP, quasi seicento partite e ha incassato poco più di venticinque milioni di dollari di montepremi. Alla fine di quest’anno interromperà la sua carriera professionistica da tennista e nel 2027 comincerà a fare un lavoro completamente diverso: entra in AlphaSwiss, una società svizzera di gestione patrimoniale. Sarebbe un fantastico titolo da social acchiappa click: il tennista che diventa banchiere!
Proprio per questo è sbagliata. Monfils non si è svegliato una mattina con la voglia di occuparsi di patrimoni altrui. Ha studiato finanza durante la carriera, ha fatto stage quando gli infortuni gli lasciavano il tempo di farli e ha preparato il secondo mestiere mentre ancora praticava il primo. Lo ha raccontato lui stesso, senza enfasi, spiegando che è una cosa che lo appassiona da parecchi anni. Non entra come volto da mettere su una brochure, entra per costruire davvero una seconda carriera.
Non è un caso isolato, tanto meno nel calcio. Qualche anno prima di Monfils, un centrocampista che molti ricordano per la sua fase difensiva all'Arsenal e al Milan aveva già fatto una cosa persino più radicale. Nel 2008, mentre ancora giocava, Mathieu Flamini fondò insieme a Pasquale Granata una società di chimica verde, GF Biochemicals, che nel 2015 sarebbe diventata la prima azienda al mondo a produrre su scala industriale l'acido levulinico, una molecola ricavata dagli scarti vegetali capace di sostituire il petrolio in una lunga serie di applicazioni. La parte più istruttiva della storia non sono i numeri, che nel racconto pubblico circolano quasi sempre gonfiati, ma il fatto che Flamini tenne nascosta l'impresa ai compagni di squadra per sette anni. Mentre negli spogliatoi si parlava di moduli e di avversari, lui stava costruendo, in silenzio, il proprio dopo. Quando la notizia uscì, i compagni lo presero in giro chiamandolo l'uomo d'affari della squadra. Non avevano capito che stava facendo, con largo anticipo, esattamente ciò che quasi nessun atleta fa.
Perché la verità è questa: una carriera sportiva non produce soltanto risultati e denaro, produce capitale e non solo quello economico. Produce capitale reputazionale, capitale relazionale, accesso, fiducia, un pubblico, la conoscenza diretta di mercati internazionali, la familiarità quotidiana con sponsor, imprenditori, manager, investitori e altri atleti. Sono asset che non svaniscono il giorno in cui smetti di correre o di tirare un rovescio. Anzi, spesso è proprio allora che cominciano a rendere.
Il problema è che quasi nessuno arriva preparato a quel giorno. Una ricerca di FIFPRO, il sindacato mondiale dei calciatori, condotta su 282 giocatori e giocatrici professionisti di trentatré Paesi, ha fotografato una situazione che dovrebbe far riflettere chiunque lavori nello sport. Due terzi degli intervistati, il 67%, non aveva le idee chiare su cosa fare una volta appesi gli scarpini al chiodo. Solo un terzo si diceva sicuro del proprio percorso successivo. E più della metà, il 54%, non aveva ricevuto alcun aiuto nel pianificare la transizione. C'è un paradosso in tutto questo: alleniamo un atleta per vent'anni a gestire una finale, un rigore, un infortunio, la pressione di un match point e non gli insegniamo quasi nulla su come gestire il giorno dopo l'ultima partita. Un giorno dopo che, statistiche alla mano, può durare cinquant'anni.
Negli sport professionistici il fenomeno è ancora più netto dove le carriere sono cortissime. Il paradosso vale per tutti gli sport, ma cambia forma a seconda della disciplina. Negli Stati Uniti le carriere medie sono brevissime, tre stagioni scarse nel football americano, quattro e mezzo nel basket, poco meno di sei nel baseball, al punto che un atleta americano si ritrova spesso fuori dal gioco prima dei trent'anni. Nel calcio la storia è diversa solo in apparenza. Un professionista può giocare fino a trentacinque anni e i più longevi arrivano a coprire un ventennio, eppure la parte che conta davvero sul piano economico, quella dei grandi contratti e degli ingaggi che costruiscono un patrimonio, dura molto meno dell'intera carriera e si concentra in pochi anni centrali. Tolti quelli, restano decenni da riempire e da finanziare. È questa sproporzione, tra la brevità della stagione produttiva e la lunghezza della vita che viene dopo, ad aver fatto nascere, silenziosa e rapidissima, una seconda industria intorno agli atleti: la finanza.
Guardate cosa hanno costruito i grandi nomi di Wall Street. Morgan Stanley ha una divisione Global Sports & Entertainment che serve atleti in attività, ex atleti, allenatori, proprietari di squadre e professionisti del settore, con consulenti formati apposta e una piattaforma che gestisce centinaia di miliardi di dollari di patrimoni. UBS ha una practice dedicata a sport e intrattenimento. J.P. Morgan ha consolidato nel 2024 un gruppo di investment banking sportivo che coordina i banchieri privati al servizio dei proprietari di squadre, con la clientela private che parte da una soglia minima di dieci milioni di dollari. Goldman Sachs si è spinta oltre tutti: ha creato una vera e propria Sports Franchise dentro l'investment banking, fondendo la practice di fusioni e acquisizioni sportive con quella di financing e oggi affianca i suoi clienti più facoltosi non solo nell'acquisto e nella vendita di squadre, ma anche nella gestione del patrimonio personale, nella pianificazione successoria e nella filantropia. La logica è la stessa per tutti e nasce da due intuizioni parallele. La prima: l'atleta è diventato una categoria patrimoniale interessante. La seconda: lo sport è diventato una classe di investimento interessante. Due facce della stessa trasformazione.
Che lo sport sia ormai un'asset class lo dicono i numeri ed è difficile ignorarli. Nel 2025, secondo Forbes, le cinquanta società sportive di maggior valore al mondo valevano insieme circa 353 miliardi di dollari, con una media intorno ai sette miliardi a squadra, in crescita di oltre un quinto in un solo anno e più che raddoppiate rispetto a quattro anni prima. Nel calcio, i club più preziosi del pianeta hanno raggiunto valutazioni che fino a poco fa sarebbero sembrate fantascienza, con le prime della classe stabilmente oltre i sette, otto, nove miliardi. E non sono rivalutazioni teoriche buone per i comunicati stampa: il calcio europeo ha superato i trenta miliardi di euro di ricavi complessivi e nel frattempo il capitale istituzionale è entrato con decisione nel settore. Private equity, private credit, fondi sovrani, family office, asset manager. Perfino la NFL, ultimo grande bastione americano rimasto chiuso agli investitori istituzionali, nel 2024 ha aperto le porte al private equity, dopo che NBA, MLB e NHL lo avevano già fatto. Non è più il miliardario che compra la squadra del cuore perché da bambino ne aveva il poster in camera. È allocazione di capitale.
E poi c'è il terzo movimento, il più affascinante, quello in cui l'atleta smette di essere soltanto oggetto di gestione patrimoniale e diventa lui stesso investitore. Il caso David Beckham resta insuperato per eleganza strategica. Quando nel 2007 firmò con i Los Angeles Galaxy, fece inserire nel contratto un'opzione che gli avrebbe permesso, a fine carriera, di acquistare una franchigia della Major League Soccer a un prezzo prefissato. Anni dopo la esercitò e da quella clausola è nato l'Inter Miami, il club che ha poi portato Messi in Florida e che oggi vale oltre un miliardo di dollari. Quel contratto da calciatore conteneva, nascosta in una riga, la più redditizia delle sue operazioni finanziarie.
Beckham è il caso più spettacolare, ma non è più un'eccezione ed è di nuovo il calcio a mostrarlo meglio di ogni altro sport. Una generazione intera di giocatori ha smesso di limitarsi a firmare contratti di sponsorizzazione e ha cominciato a comportarsi da investitore mentre era ancora in campo. Gerard Piqué fondò Kosmos nel 2017 quando vestiva ancora la maglia del Barcellona e da lì è arrivato fino alla Kings League, il torneo che ha reinventato il modo di guardare il calcio per una platea di giovanissimi.
Rio Ferdinand e lo stesso Piqué furono tra i primi a scommettere su Sorare. Blaise Matuidi, campione del mondo nel 2018, ha costruito un proprio fondo di investimento. Iker Casillas ha lanciato un acceleratore per startup sportive. Mario Götze, l'uomo del gol che diede la Coppa del Mondo alla Germania, investe oggi in decine di startup in fase iniziale ed è socio finanziatore di una ventina di fondi di venture capital. Negli ambienti anglosassoni li hanno soprannominati i “dressing room VC”, i venture capitalist da spogliatoio, perché tra una seduta e l'altra non si scambiano più soltanto consigli tattici ma pitch, valutazioni e occasioni di investimento. Non tutte queste avventure finiscono bene e sarebbe disonesto far credere il contrario: alcune si sono infrante, altre hanno bruciato capitale. Ma il punto non è il singolo esito. Il punto è che l'atleta-investitore è diventato una categoria, non più una stravaganza.
È un cambiamento culturale enorme e vale la pena dirlo con chiarezza. Per decenni il modello è stato lineare e povero: l'atleta prende uno stipendio, aggiunge qualche contratto di sponsorizzazione, mette da parte un patrimonio. Il modello che sta emergendo è di tutt'altra natura: lo stipendio si trasforma in equity, la notorietà in capacità di distribuzione, la rete di relazioni in flusso di opportunità, la reputazione in fiducia. E la fiducia, nel private banking e negli investimenti, non è un valore morale, è un valore economico misurabile.
Il che ci riporta a Monfils. Forse AlphaSwiss non ha assunto semplicemente un ex tennista sicuramente simpatico. Ha assunto una persona che per oltre vent'anni ha vissuto dentro uno degli ecosistemi a più alta densità al mondo di atleti, sponsor, imprenditori e grandi patrimoni. Attenzione, questo non significa che conoscere gente ricca renda automaticamente qualcuno un buon gestore di patrimoni e sarebbe sciocco sostenerlo. È proprio per questo che la storia vera di Monfils vale più della caricatura social: lui il mestiere ha cominciato a impararlo prima di smettere di fare il precedente, esattamente come Flamini aveva cominciato a costruire la sua azienda mentre ancora giocava. Ma sarebbe altrettanto ingenuo far finta che ventidue anni di relazioni non siano, in sé, un asset di partenza che nessun neolaureato in economia potrà mai avere.
E qui c'è la domanda che l'industria dello sport dovrebbe cominciare a porsi sul serio. Perché continuiamo a chiamarla post-carriera? La parola stessa suggerisce una fine, un dopo, un declino. Io credo che dovremmo iniziare a parlare di seconda capitalizzazione della carriera sportiva. Prima l'atleta costruisce performance. Poi deve imparare a trasformare tutto ciò che quella performance ha generato, il denaro ma anche la conoscenza, le relazioni, la reputazione e il pubblico, in qualcosa capace di vivere più a lungo della performance stessa. È una questione di formazione, di transizione di carriera, di imprenditorialità, di gestione del patrimonio. Ma è anche e sempre di più, una questione che riguarda club, leghe, investitori e istituzioni finanziarie, perché mentre cambia la vita economica degli atleti sta cambiando in parallelo la natura economica dello sport e non è affatto un caso che questi due mondi si incontrino proprio adesso.
Sport come asset. Atleta come cliente. Atleta come investitore. Atleta come imprenditore. E, come dimostrano Monfils e Flamini, persino atleta come gestore di patrimoni e come costruttore di aziende. È di questo che vale la pena discutere il 10 e 11 novembre all'Allianz Stadium di Torino, al Social Football Summit 2026, dove il rapporto sempre più stretto tra calcio, capitale, nuovi investitori e nuove traiettorie professionali degli atleti sarà uno dei fili conduttori, con club, leghe, istituzioni e aziende della football industry riuniti attorno alla trasformazione del business del pallone. Perché la domanda interessante non è più quanto può guadagnare un atleta durante la sua carriera. La domanda interessante, oggi, è quanto valore può creare grazie alla sua carriera, dopo che la carriera è finita. E sono due numeri completamente diversi.
Fonti: dichiarazioni di Gaël Monfils riprese da Le Matin e 20 Minutes (settembre 2026); BBC News su Mathieu Flamini e GF Biochemicals; ricerca FIFPRO "Mind the Gap" sulla transizione di carriera; dati sulla durata delle carriere da Statista; divisioni sportive di Morgan Stanley, Goldman Sachs (via PYMNTS/Wall Street Journal) e J.P. Morgan (via Fortune); valutazioni dei club dalla classifica Forbes "World's 50 Most Valuable Sports Teams 2025"; panoramica sui calciatori investitori da Sifted e Goal.
Ivan Ortenzi direttore scientifico del Social Football Summit