Un lungo dialogo sui giovani con Andrea Mantovani, ex calciatore di Palermo e Chievo, autore del libro Diventa un campione - Guida per giovani calciatori e le loro famiglie
Photo by Dino Panato/Getty Images
Il percorso di crescita dei giovani è spesso fatto di ostacoli insormontabili, che, con difficoltà, conducono, in alcuni casi lungo la via del professionismo. Tra sogni da inseguire e una realtà da comprendere, il calcio del futuro si costruisce nei parchi e nelle strade di provincia. Quello rappresentato è un salto fatto in passato da Andrea Mantovani, vincitore dell’Europeo Under 19 nel 2003, protagonista per diversi anni in Serie A con maglie prestigiose come quelle di Palermo, Bologna e Torino.
L’ex calciatore, oggi diventato commentatore e opinionista per Rai Sport, ha voluto portare la propria esperienza al servizio delle leva del calcio del futuro. In merito, ha parlato ai nostri microfoni del suo lavoro Diventa un campione - Guida per giovani calciatori e le loro famiglie, uscito a settembre scorso.
Come nasce l’idea di questo libro?
“L’idea arriva da un’esigenza di aiuto verso tutti quei ragazzi che vogliono avvicinarsi al calcio e allo sport in generale. Seguendo mio figlio ho visto tante situazioni spiacevoli, con tanti genitori che durante la partita chiamano e danno consigli non necessari. Dato che ci sono passato da ragazzino, avendo fatto tutta la trafila, mi sono chiesto se fosse possibile vedere queste cose. Oltre ad essere padre e seguire mio figlio, oggi faccio l’opinionista. Avendo uno sguardo a 360 gradi sulla situazione, conoscendo bene l’ambiente, ho pensato di creare un libro per aiutare questi ragazzi”.
Quali sono i consigli, a prescindere dal libro, che darebbe oggi a questi ragazzi?
“Innanzitutto giocare per passione, senza mettersi in mente strane idee di una potenziale carriera, ma farlo sempre per amore verso questo sport. Faccio degli esempi, bisogna continuare a farlo come un bambino che gioca immaginando di giocare in grandi stadi, partendo dalla propria cameretta o creando una porta tra due alberi in un parco. I ragazzi devono sognare. Tuttavia, il supporto della famiglia, in questo caso, diventa fondamentale. I genitori devono accompagnare con amore, dedizione, sempre per il ben del proprio figlio”.
Qual è il ruolo degli allenatori in tutto questo?
“Il ruolo di allenatori e istruttori è quello di inserire questi ragazzi all’interno del contesto. Devono sentirsi a proprio agio, sentirsi parte del gruppo, ma allo stesso tempo, penso che ne vada il bene di tutto il movimento; devono sentirsi liberi di inventare, scoprire le proprie abilità, di sbagliare tante volte, ma all’interno di un’organizzazione di gioco. Oggi vedo troppa tattica nei settori giovanili. Bisogna riscoprire i numeri 10”.
Cosa dovrebbe fare la Federazione per agevolare i giovani e loro genitori?
“Vengo da un calcio diverso. Io mi trovavo ancora al parchetto con gli amici, a giocare sulla serranda, a fare la tedesca, a fare le partite. Era un calcio molto più spontaneo. Oggi è difficile vedere i ragazzini per strada che giocano, perché la tecnologia e la sicurezza odierna hanno cambiato un po' tutto e, di conseguenza, si ricorre sempre di più ai settori giovanili. Tante volte io vedo allenatori che vanno ad arrotondare lo stipendio, magari lo fanno per hobby. Chiaro, però, che non danno, nel vero senso della parola gli strumenti per migliorare, per crescere calcisticamente”.
Nei campionati dilettantistici, soprattutto in Eccellenza, Promozione e Prima Categoria, c'è una crescente tendenza a puntare su giocatori stranieri, in particolare nel Centro e nel Sud Italia. Perché, invece, non si valorizzano maggiormente i ragazzi del territorio?
“Quella dovrebbe essere la missione principale di ogni società. Soprattutto nel Centro e nel Sud Italia, togliere i ragazzi dalla strada e inserirli in contesti educativi e sportivi sani dovrebbe essere prima di tutto una missione sociale, ancora prima che sportiva. Puntare sui giovani del territorio significa anche rafforzare il loro senso di appartenenza. Io, ad esempio, sono cresciuto nel settore giovanile del Torino: respirare ogni giorno la storia e i valori di quella maglia crea un legame profondo. Un ragazzo che arriva dall'estero a 15 o 16 anni difficilmente potrà sviluppare lo stesso attaccamento. Anche questo è un valore importante. Ricordo una promozione in Serie A ottenuta con sei titolari cresciuti nel settore giovanile, quel senso d’identità fece davvero la differenza”.
E per i ragazzi che arrivano da contesti migratori difficili, soprattutto dall'Africa, come dovrebbe essere gestita la formazione?
“Ci sono situazioni molto delicate. Non tutte le società professionistiche sono preparate ad accogliere questi ragazzi attraverso strutture adeguate, tutor o percorsi educativi specifici. Anche sotto questo aspetto l'Italia è ancora indietro. Molte società non dispongono nemmeno di un convitto o di una struttura dove ospitare e seguire da vicino i giovani provenienti da fuori. Da un lato questo spinge a lavorare maggiormente sul territorio, ed è positivo. Dall'altro dimostra che spesso prevale una logica di risparmio e che molte organizzazioni sono ancora poco evolute”.
Quali sono quindi i valori fondamentali da coltivare?
“La disciplina è il primo valore. Poi il carattere, che si costruisce affrontando le difficoltà. Vedo tanti ragazzi che si arrendono al primo ostacolo. Qui il ruolo dei genitori è fondamentale: se si eliminano continuamente gli ostacoli dal loro percorso, quando ne incontreranno uno vero non saranno pronti ad affrontarlo. La crescita deve essere sana, con i piedi per terra, equilibrio e responsabilità. Prima di formare uno sportivo bisogna formare una persona. Perché, anche se diventi un campione, prima o poi smetterai di giocare. Alla fine resterà la persona che sei, non il calciatore che sei stato.Per questo il vero obiettivo è formare campioni nella vita, persone con valori solidi, capaci di vivere bene anche oltre lo sport”.
Parliamo del libro. Sono previste presentazioni?
“Il libro è uscito lo scorso settembre. Ho già organizzato diversi incontri e ho scelto di pubblicarlo direttamente su Amazon, senza appoggiarmi a una casa editrice, perché volevo un progetto più agile e facilmente accessibile ai ragazzi. Ho avuto anche il contributo di amici come Giorgio Chiellini, Federico Balzaretti, Giampaolo Pazzini e Sergio Pellissier. La prefazione è stata scritta da Stefano Bizzotto, che è anche un caro amico. L'obiettivo era dare valore a un lavoro che nasce dalla convinzione che sia necessario aiutare ragazzi e famiglie a orientarsi nel mondo del calcio giovanile con entusiasmo, ma soprattutto con consapevolezza e realismo. Dietro una vittoria, una convocazione o una partita c'è sempre un percorso di crescita, un'emozione e una lezione di vita. Lo sport deve essere prima di tutto una scuola”.