L'inchiesta del Corriere dello Sport svela un'Italia spaccata: tra calo delle società, infrastrutture fatiscenti e investimenti minimi, il calcio al Sud arranca.
Berardi e Barella (Foto Gianluca Di Marzio.com)
Il calcio italiano sta vivendo una profonda crisi d'identità territoriale. Mentre il Paese intero trema al pensiero di mancare l’ennesimo Mondiale, una frattura silenziosa si sta consumando lungo la spina dorsale della Penisola.
Secondo l'inchiesta pubblicata dal Corriere dello Sport il 12 febbraio 2026, il Mezzogiorno non è più il serbatoio di talenti e passione di un tempo, ma una "periferia sportiva" che rischia l'oblio. Vediamo perché
Il panorama calcistico italiano sta attraversando una fase di profonda mutazione strutturale. Se da un lato il numero di tesserati ha ripreso vigore dopo il trauma della pandemia, superando la soglia di 1,1 milioni nella stagione 2023-24, dall'altro il tessuto connettivo delle società di base si sta sfibrando.
Dal 2017 a oggi assistiamo a una costante erosione dei club: siamo passati dalle 12.350 realtà censite sette anni fa alle 10.998 attuali.
Questa "selezione naturale" suggerisce che, mentre i grandi club e le strutture più organizzate riescono a intercettare la voglia di calcio, le piccole realtà locali, storicamente il polmone del nostro sport, faticano a sopravvivere ai costi di gestione, alla burocrazia e alla cronica mancanza di fondi.
L'analisi geografica restituisce l'immagine di un Paese dove il calcio non garantisce più le stesse opportunità a tutti.
Il divario tra Nord e Sud non è solo una percezione, ma un dato statistico schiacciante: in regioni come l'Umbria o la Toscana la densità di tesserati è altissima (circa 1 ogni 36-40 abitanti), mentre in Campania e Sicilia il rapporto crolla drasticamente fino a 1 su 87.
Non è solo una questione di praticanti, ma di "volume" del movimento: la sola Lombardia ospita ogni anno oltre 111.000 partite, una cifra che supera l'attività prodotta dall'intero Mezzogiorno messo assieme (95.397 gare).
Anche il capitale umano è in sofferenza: Puglia e Campania, nonostante l'enorme passione delle piazze, faticano a formare quadri tecnici e dirigenziali, contando insieme meno figure operative del solo Veneto.
Investire nello sport al Sud sembra oggi una sfida contro i mulini a vento. Il dato più impietoso emerge dall'indice SROI (Social Return on Investment), che misura i benefici sociali generati per ogni euro speso.
Mentre nel Nord Italia un euro investito produce un valore sociale superiore a 5 euro, in Calabria o Basilicata questa cifra si dimezza, fermandosi poco sopra i 2 euro.
Questa sperequazione nasce da una base finanziaria fragile: l'investimento pro-capite per lo sport al Sud precipita a 19,50 €, contro i 31,60 € del Settentrione.
Le conseguenze vanno oltre il rettangolo verde e sfociano in una vera emergenza sociale: la carenza di impianti (al Sud il 15% delle strutture è non funzionante) alimenta tassi di sedentarietà allarmanti. In Calabria, oltre una persona su due è inattiva, e l'obesità infantile in Campania tocca il 18,6%, il doppio della media nazionale.
L'impatto tecnico è evidente: la Serie A sta smettendo di parlare meridionale. Su 175 calciatori italiani nel massimo campionato, solo 17 sono nati al Sud (meno del 10%).
Di questi, solo sei hanno raggiunto una continuità d'impiego superiore al 50%. La causa risiede alla base: le "Scuole Calcio Élite" riconosciute dalla FIGC sono rarissime nel Mezzogiorno (solo 13 in Basilicata e 33 in Calabria) se paragonate alle 631 del Lazio o alle 403 dell'Emilia Romagna.
Mentre le grandi proprietà straniere – dai Friedkin ai Commisso fino agli Hartono – scelgono il Centro-Nord per i loro investimenti, il Sud resta a guardare anche sul fronte dei grandi eventi.
Per Euro 2032, la sfida dell’ospitalità vede in vantaggio Milano, Torino, Firenze e Roma. L'unica possibile ancora di salvezza per il Mezzogiorno è rappresentata da Cagliari, pronta a inserirsi nella lista delle sedi entro luglio. S
enza un intervento strutturale, il rischio è che il calcio d’élite diventi un privilegio geografico, tagliando fuori definitivamente metà del Paese.
Il calcio non è più l'ascensore sociale di una volta. I dati dello SROI e la desertificazione delle società di base indicano che, senza un piano straordinario per le infrastrutture meridionali, il divario competitivo tra i club e la salute dei cittadini del Sud sono destinati a peggiorare ulteriormente.