Tra biglietti a 4mila euro, zolle di campo da 2.200 e sogni a 64 squadre: la FIFA raddoppia i ricavi, ma a che prezzo per i tifosi e l'anima del calcio?
La premiazione della Spagna al MetLife Stadium di New York (Photo by Florencia Tan Jun/Getty Images)
L'edizione 2026 della Coppa del Mondo segna una frattura profonda e forse irreversibile nella storia del calcio. Nella patria dello show business, la FIFA ha spremuto il torneo in ogni suo dettaglio, trasformando la passione popolare in una macchina da soldi senza precedenti. Il quadriennio si chiude con un giro d’affari record da 15 miliardi di dollari, praticamente il doppio rispetto ai 7,6 miliardi incassati nell'era di Qatar 2022. Una manna finanziaria che risponde alla visione di Gianni Infantino, ma che solleva un interrogativo etico inevitabile: fino a che punto il business può spingersi prima di sradicare del tutto l'anima del gioco?
Per capire la portata di questo bancomat globale basta guardare alla gestione della biglietteria e degli eventi negli stadi, dove gli incassi sono addirittura triplicati superando i 3 miliardi di dollari. L'adozione del sistema nordamericano dei prezzi dinamici ha spinto i costi alle stelle, portando il biglietto più economico per la finale alla cifra sproporzionata di 4.185 dollari, sette volte il prezzo di quattro anni prima. A questo si aggiunge l'ostinata speculazione sulla rivendita, con la FIFA che ha preteso una commissione del 30% sulla propria piattaforma ufficiale. Nonostante le dure proteste dei tifosi e il boicottaggio della finale da parte del presidente dell'UEFA Aleksander Ceferin, i numeri hanno dato ragione a Zurigo: 65mila spettatori di media e un tasso di occupazione degli impianti del 99,7%.
L'ossessione per la monetizzazione ha sfondato persino la barriera del grottesco nel capitolo merchandising. Sullo store ufficiale è arrivata la vendita a pezzi del terreno di gioco della finale: 390 euro per una zolla racchiusa in una teca di acrilico, che salgono a 2.240 euro se combinati con un biglietto inciso in oro, una miniatura in cristallo della coppa e una replica del pallone. Poco importa se le autorità locali del New Jersey abbiano protestato ricordando che quel manto erboso era stato pagato con 13 milioni di dollari di soldi pubblici: la corsa all'incasso non guarda in faccia a nessuno.
Persino la struttura stessa delle partite è stata piegata alle esigenze commerciali. Oltre ai 5 miliardi abbondanti arrivati dai diritti televisivi e all'ingresso di partner d'appoggio pesanti come il colosso saudita Aramco al fianco di Adidas e Coca-Cola, novità regolamentari come l'hydration break si sono rivelate miniere d'oro. Negli Stati Uniti, network come Fox hanno coperto oltre la metà dei 485 milioni di dollari spesi per i diritti di trasmissione proprio grazie agli spazi pubblicitari venduti durante queste brevi pause di gioco.
Sullo sfondo resta un'imponente operazione di consenso politico. I proventi extra servono a rimpinguare i fondi del programma FIFA Forward da distribuire alle 211 federazioni affiliate per "rendere il calcio veramente globale". Zurigo respinge ogni accusa di clientelismo, ma nel frattempo Infantino ha già blindato il sostegno pubblico di Africa, Asia e Sud America per le elezioni del 2027. Se il Mondiale 2030 in Spagna, Portogallo e Marocco vedrà l'intervento dell'Unione Europea con il Digital Fairness Act per porre un freno ai prezzi dinamici, la fame di espansione della FIFA appare insaziabile: si studia già un allargamento del torneo a 64 squadre, per un calcio sempre più grande e sempre più vorace.