È possibile diventare immortali nello sport?

Ecco come i nuovi format stanno cambiando l’idea di legacy nello sport.

L’epica serie TV “The Last Dance” sui gloriosi Chicago Bulls 1997-98 di Michael Jordan prodotta da ESPN e Netflix è solo l’ultima in ordine di tempo ad aver generato numeri che confermano un trend consolidatosi negli ultimi anni: i nuovi format - in cui rientrano serie, documentari e film - sono diventati uno dei principali strumenti per affermare la legacy di squadre e icone del mondo dello sport.

Quello aperto da Michael Tollin (ideatore) e Jason Hehir (regista) è un vaso di Pandora progettato negli anni ‘90 e che ha spianato la strada ad un tipo di narrazione che sta già cambiando il modo di concepire lo sport e la sua storia.

Prima dell’uscita di “The Last Dance” - anticipata ad aprile 2020 - altri attori della sport industry avevano violato consapevolmente gli spazi sacri dello sport come lo spogliatoio o il campo d’allenamento. Quanto fatto da Amazon Prime Video con la serie “All or Nothing” ideato nel 2016 e dedicato a City, Tottenham e da oggi anche alla Juventus - oltre che a tante franchigie della NFL e prossimamente anche ai Gunners - testimonia l’importanza di lasciare una traccia che resti indelebile, come fosse un modo per diventare sportivamente eterni.

Anche se spesso si abusa del termine “legacy”, oggi resta l’unico strumento per diventare trasversalmente unici e immortali, per evitare di scomparire dai radar in un’era in cui l’estrema digitalizzazione non lascia spazio ai ricordi. Uno degli obiettivi principali di questi format sta nel tentativo di resistere ad epoche diverse, provando ad affermare l’epicità delle gesta sportive per giustificare/pretendere il proprio posto nella storia.

È quello che ha provato a fare la Juventus, lasciando spazio alle telecamere laddove le telecamere non sono mai arrivate, con più di 7000 ore di girato e otto puntate che raccontano le avventure di Pirlo e Ronaldo nella stagione 2019-20. Prodotta da Fulwell 73 con i produttori Leo Pearlman e Ben Turner, “All or Nothing: Juventus” è l’ennesimo passo anche verso l’intenzione di globalizzare un brand raccontandone i dettagli e le storie più nascoste, dando allo spettatore l’accesso a qualcosa che ha sempre desiderato e che non hai mai esplorato.

Uno dei primi esperimenti calcistici di successo è stata la doppia stagione di “Sunderland ‘till I die” in cui il concept di docu-reality ha portato alla luce tutto ciò che un tifoso di calcio vorrebbe sapere sulla propria squadra del cuore. La direzione è segnata e sembra essere definitiva se si considerano i prodotti TV che sono stati prodotti in questi anni e che saranno prodotti nei prossimi: da Wenger che racconta i suoi Invincibles allo Showtime dei Lakers di Magic, dal Divin Codino al biopic su Zlatan Ibrahimovic, passando per The Pogmentary, The United Way di Eric Cantona, il racconto delle carriere di Anelka e Adriano o gli interessi off-the-pitch di Hector Bellerin. Tendenze confermate anche da altri sport, come dimostrano i documentari su Michael Schumacher, Tiger Woods, Mike Tyson, tutte icone che devono resistere all’avvento di una nuova generazione di talenti e di fenomeni.

La legittimazione della legacy è solo uno dei lati della medaglia - e non è detto che non sia quello oscuro. Se si capovolge la chiave di lettura e si analizza questa nuova parte integrante dell’immensa industria dello sport da un punto di vista degli “attori” e non dei produttori, è tutt’altro che aleatoria l’ipotesi di un upgrade dei format. Il prossimo trend potrebbe portare i giocatori stessi a produrre direttamente la storia della propria carriera, continuando incessantemente la ricerca dell’affermazione di un ego insaziabile - basti pensare a tutte le opinioni dei giocatori dei Bulls e alle parole stesse di MJ.

È proprio il #23 ad aver aperto le porte a questa opzione: Jordan, infatti, non compare tra i co-produttori ma è stato l’unico protagonista a lavorare con la produzione e ad avere addirittura l’ultima parola sul montaggio e sul racconto. ESPN e Netflix - due colossi di livello universale - sono state messe in secondo piano da Michael che ha preteso di decidere molte delle componenti fondamentali della serie. Questo atteggiamento porta a pensare che, in un futuro non troppo lontano, saranno i giocatori stessi a produrre le proprie serie e i propri documentari senza obbligatoriamente passare per quelli che adesso sono considerati i pilastri dell’entertainment. Posizionando questo scenario in una ipotetica realtà, LeBron James potrebbe non servirsi di ESPN o HBO per realizzare un documentario sulla sua legacy.

E in questo virtuale valzer di attori del mondo dello sport, Netflix e Amazon Prime Video potrebbero ricoprire un ruolo che va oltre la narrazione, fungendo e travestendosi da nuovi mega procuratori?

Lo scacchiere è e diventerà sempre più fluido e le multinazionali dai fatturati a nove zeri dovranno trovare un nuovo ruolo nella sports industry.

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