Destinazione propaganda: se il super Mondiale 2026 diventa un enorme spot politico

Tra diplomazia geopolitica e soft power, il super Mondiale 2026 rischia di diventare una vetrina di propaganda.

Apertura Mondiali 2026

Apertura Mondiali 2026

Il calcio d’inizio del Mondiale 2026 è ormai alle porte, ma l’atmosfera che si respira attorno al più grande evento sportivo del pianeta non è legata solo al pallone. Con tre paesi ospitanti (USA, Canada e Messico) e un formato extra-large a 48 squadre, la rassegna iridata si preannuncia come un gigantesco palcoscenico globale. Il rischio concreto, tuttavia, è che su questo palco i veri protagonisti non siano i calciatori, ma i leader politici e i loro avamposti di propaganda.Un brivido freddo corre lungo la schiena degli storici dello sport, evocando un fantasma che il calcio sperava di aver sepolto: Argentina 1978.

Una storia di vizi antichi: da Mussolini alla geopolitica del "Soft Power"

Il caso argentino, pur nella sua tragicità, non è affatto isolato. La storia della Coppa del Mondo è, fin dalle sue origini, una cronaca di sistematiche strumentalizzazioni politiche, dove il rettangolo verde è stato usato per legittimare regimi, distrarre le masse o ridisegnare equilibri geopolitici. Il pioniere dello sportwashing fu Benito Mussolini, che nel 1934 trasformò la seconda edizione del torneo in un gigantesco manifesto del fascismo, dove la vittoria della Nazionale era un imperativo di Stato per dimostrare la superiorità del regime. 

Quasi trent'anni dopo, nel 1962, il Mondiale in Cile si trasformò nel terreno di scontro ideologico della Guerra Fredda, esasperando le tensioni diplomatiche tra i blocchi dentro e fuori dal campo. Un filo rosso che arriva fino ai giorni nostri: nel 2018, Vladimir Putin ha sfruttato l'efficienza organizzativa della rassegna iridata per proiettare l'immagine di una Russia moderna, aperta e pacifica, ripulendo la reputazione del Paese a livello internazionale pochi anni prima della svolta bellica.

Oggi, le dinamiche di strumentalizzazione rischiano di essere spaventosamente simili, seppur declinate nell'era digitale e del marketing globale. Il Mondiale nordamericano del 2026 nasce intrinsecamente politico, specchio perfetto del post-globalizzazione. Diviso tra tre nazioni che condividono confini complessi, tensioni commerciali e sfide migratorie cruciali, il torneo offre ai governi coinvolti una tentazione irresistibile: utilizzarlo come un gigantesco spot elettorale e diplomatico. 

C'è il rischio tangibile che i diritti umani, le polemiche sui visti e le sanzioni internazionali diventino i veri temi caldi del dibattito, oscurando il campo. A differenza del passato, inoltre, la propaganda non passerà più solo dalle TV di Stato, ma viaggerà attraverso campagne di disinformazione algoritmica e narrazioni tossiche sui social media, dove ogni partita rischia di trasformarsi nello specchio di una crisi geopolitica in tempo reale.

Il precedente estremo: Argentina 1978

Tra tutti gli esempi della linea del tempo, quello del 1978 resta comunque il più cupo. Il regime militare di Jorge Rafael Videla utilizzò la Coppa del Mondo come il più formidabile strumento di propaganda del Novecento. Mentre negli stadi si celebrava il trionfo dell'Albiceleste di Menotti, a poche centinaia di metri dal Monumental, nella scuola di meccanica dell'esercito (ESMA), si consumavano le torture contro i desaparecidos. Il pallone servì a coprire le urla, a ripulire l'immagine internazionale di una dittatura sanguinaria e a narcotizzare l'opinione pubblica nazionale. Oggi, fortunatamente, non parliamo di giunte militari transoceaniche, ma la tendenza all'appropriazione culturale e politica dell'evento rimane identica.

Proteggere il gioco

Il calcio ha una forza aggregativa unica, ma è anche spaventosamente fragile di fronte agli appetiti del potere. La FIFA e i comitati organizzatori devono vigilare affinché il Mondiale 2026 rimanga una festa dello sport e non si trasformi in uno strumento di distrazione di massa o in un manifesto di soft power governativo.

Il rischio di fare "come nel '78" non è quello di replicare una dittatura, ma di permettere alla politica di sequestrare il gioco, usandolo come anestetico per l'opinione pubblica. E questo, nell'era della massima trasparenza digitale, sarebbe un autogol imperdonabile.

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