Costi saliti a 220 milioni e ispezione UEFA per Euro 2032, il nuovo stadio di Cagliari resta un rebus politico ed economico
L'esterno del vecchio S.Elia (Foto Social Media Soccer)
Il progetto del nuovo stadio di Cagliari, che nelle intenzioni originali avrebbe dovuto inaugurare il centenario del club nel 2020, si trova oggi a un punto di svolta critico. Mentre la delegazione UEFA guidata da Michele Uva valuta lo stato dell'arte in ottica Euro 2032, il dossier "Gigi Riva" deve fare i conti con una metamorfosi strutturale ed economica che ne ha profondamente mutato i connotati rispetto alle premesse iniziali.
Quello che era nato come un moderno impianto sportivo è diventato un progetto di sviluppo immobiliare su larga scala. Il budget originario di circa 100 milioni di euro è lievitato fino a toccare i 220 milioni di euro (IVA inclusa). Questa impennata riflette la volontà di creare un polo multifunzionale da 30.000 posti che vada ben oltre il calcio: il nuovo piano prevede infatti l'integrazione di un hotel a cinque stelle da cento camere – con rumors che puntano alla catena Accor – supportato da una SPA di duemila metri quadri e un imponente lounge bar di 800 metri quadri. Un'area che, pur rimanendo in parte avvolta dal mistero, punta a trasformare lo stadio in un hub attivo 365 giorni l'anno.
La sostenibilità dell'opera poggia su un delicato incastro di capitali che sta accendendo il dibattito politico, specialmente riguardo al Piano Economico Finanziario (PEF). La struttura dei fondi vede la Regione Sardegna impegnata per 50 milioni di euro, a cui si aggiungono i 10 milioni del Comune per la demolizione del Sant’Elia e i 30 milioni della Sfirs, la finanziaria regionale. Questa configurazione porta il capitale pubblico a pareggiare quasi interamente l'investimento privato, un assetto che secondo l'opposizione consiliare potrebbe entrare in collisione con le normative europee sugli aiuti di Stato, sollevando dubbi sulla legittimità dell'intero impianto finanziario.
Oltre alla questione dei costi, sul tavolo restano aperte diverse ferite burocratiche. Una delle più discusse riguarda la scelta del "diritto di superficie" rispetto al semplice "diritto d'uso": una formula che esporrebbe l'area pubblica alle pretese dei creditori in caso di difficoltà del concessionario. A ciò si aggiunge il monitoraggio costante della Commissione Europea, che ha già mosso rilievi sulla conformità alle direttive in materia di appalti e sulla trasparenza dei processi comunicativi.
Il fronte più caldo resta però quello dei ricavi per la collettività. Il club ha proposto un canone annuo di 50.000 euro (manifestando persino l'intenzione di azzerarlo), ma le stime tecniche basate sulle norme vigenti suggerirebbero un canone proporzionale ai ricavi della struttura. Secondo i calcoli dei critici del progetto, questa discrepanza potrebbe tradursi in un mancato introito di oltre 36 milioni di euro per il Comune nell'arco dei cinquant'anni di concessione, configurando l'ombra di un possibile danno erariale che pesa come un macigno sul futuro dell'opera.