Dai diritti TV ai club globali, Al-Khelaifi trasforma la ex ECA nella vera padrona del gioco, lasciando a UEFA e FIFA una sovranità di facciata.
Nasser Al-Khelaifi alza la UEFA Champions League (Photo by Lars Baron/Getty Images)
Dimenticate i proclami da sala stampa e le sfilate nelle sedi istituzionali di Nyon o Zurigo. Oggi il baricentro del calcio mondiale non abita più nei palazzi della politica federale, ma in un salotto meno appariscente e decisamente più pragmatico: quello dove si veste in completo scuro e si parla esclusivamente la lingua degli affari. Se la narrazione continentale ama ancora attardarsi sulle punzecchiature reciproche tra Aleksander Ceferin e un Gianni Infantino additato quasi come un «re nudo», la realtà del pallone contemporaneo ha già incoronato un altro sovrano.
Quel sovrano è Nasser Al-Khelaifi. L’uomo che ha portato i Mondiali in Qatar non ha più bisogno di sbandierare la propria influenza. Il suo obiettivo, ormai manifesto, è fare spazio a tutto il calcio globale dentro la propria creatura: la vecchia ECA, ribattezzata EFC (European Football Club) per recidere ogni legame con il passato e già pronta a trasformarsi in una vera e propria World Football Club.
Nella nuova visione politica di Al-Khelaifi non esistono nemici, o almeno non appaiono tali in pubblico. Basti pensare alla risposta pacata offerta sulla vicenda più calda del momento, ovvero i contenziosi e le presunte violazioni del Manchester City, liquidata chiedendo ai giornalisti perché fossero così negativi.
Con l'avversario di sempre alle prese con questioni burocratiche e giudiziarie, Nasser non si limita a scalare le gerarchie per collezionare trofei da bacheca. La sua bussola punta molto più lontano, aderendo alla visione di un mondo federale progressivamente subalterno alla volontà e alla forza economica dei club, i veri padroni del gioco.
I numeri, d'altronde, gli danno ragione. Grazie ad UC3, la joint venture tra società e UEFA per la gestione dei diritti commerciali delle competizioni europee, i ricavi nel prossimo quadriennio sfonderanno il tetto dei venti miliardi di euro, segnando un incremento del 40% rispetto al periodo precedente. Di questi, circa due miliardi – pari al 10% del totale – saranno destinati al fondo di solidarietà per le realtà che giocano solo i campionati nazionali. Sebbene per alcuni si tratti di semplici briciole, questi fondi contribuiscono in modo decisivo a consolidare il consenso politico intorno alla leadership di EFC.
È l'ironia della sorte del calcio moderno. L'associazione guidata oggi da Al-Khelaifi nasceva nell'era di Andrea Agnelli come un contrappeso a una confederazione europea considerata troppo ingombrante e sempre meno utile per le società. Il progetto formale della Superlega potrà anche considerarsi sepolto, come testimoniano i reintegri istituzionali di Barcellona e Real Madrid, ma le istanze dei "ribelli" sono ormai entrate a pieno titolo nelle stanze del potere. Il presidente blaugrana Joan Laporta ha ribadito con orgoglio come in tanti abbiano infine capito la bontà delle loro battaglie originali.
La riflessione dei club era semplice: ci si chiedeva per quale motivo la fetta più grossa della torta rimanesse a Nyon mentre i veri protagonisti dello spettacolo dovevano accontentarsi, lasciando sul piatto milioni pur essendo ormai in grado di organizzarsi da soli le competizioni. In questo quadro, la Superlega è stata solo un'esca per una pesca ancora più grande, mentre la storica sentenza della Corte di Giustizia UE ha rappresentato l'invito a procedere. La spinta a rivoluzionare i format di Champions, Europa League e Conference per giocare e guadagnare di più era il vero grimaldello dei secessionisti, le cui idee si sono infine propagate fino a cementarsi nella progettualità dell'establishment.
In questo scenario la UEFA punta ancora ad autoconservarsi, ma la EFC oggi è un partner non più subalterno: i due attori giocano alla pari in un sottile equilibrio di forza che si sta già sbilanciando a favore del nuovo. Nel frattempo, Al-Khelaifi ha solo il mondo come orizzonte e dichiara con fierezza che il suo sogno è arrivare a mille affiliati. Oramai la quota ha raggiunto le 920 società e, per spingersi oltre, l'associazione dovrà necessariamente fare tappa in Asia, Africa e nelle Americhe, mercati in grande espansione sotto il profilo commerciale.
C'è chi lo vede già prossimo alla presidenza della FIFA come successore di una governance che lui non ha mai formalmente contestato, pur sbandierando l'amicizia con la UEFA. Al termine della due giorni di Copenaghen, Al-Khelaifi ha glissato diplomaticamente sulle voci che lo vorrebbero erede di Infantino, affermando che non fa per lui. Contestualmente ha chiesto a Ceferin di ricandidarsi per il quarto mandato a Nyon, disegnando con precisione chirurgica lo scacchiere politico del prossimo futuro.