Il presidente Motsepe cede alle polemiche e fa marcia indietro sul quadriennale. Il ritorno a due anni sfida l'Europa, ma crea dubbi politici.
Lo Stadio Moulay Abdallah di Rabat (Foto Wikicommons)
Il calcio africano è a un bivio, diviso tra l'identità del proprio continente e le ingombranti pressioni dell'establishment calcistico globale. Le recenti dichiarazioni del presidente della Confederation of African Football (CAF), Patrice Motsepe, dal vertice di Capo Verde, hanno il sapore di un clamoroso passo indietro: la Coppa d'Africa (AFCON) potrebbe tornare al suo storico formato biennale.
Solo lo scorso dicembre, con una mossa tanto rapida quanto controversa, Motsepe aveva annunciato che dal 2028 la competizione principe del continente sarebbe passata a un ciclo quadriennale. La decisione avrebbe allineato il torneo agli Europei e alla Copa America, garantendo la pace con i potenti club europei, da sempre insofferenti nel dover cedere i propri talenti a metà stagione. A colmare il vuoto negli anni intermedi ci avrebbe pensato la neonata African Nations League.
Tuttavia, il nuovo calendario ha generato un'ondata di malcontento tra le figure chiave del calcio africano. Tom Saintfiet, ex ct del Mali, ha riassunto perfettamente il sentimento diffuso: "Non può essere l'Europa a decidere cosa dobbiamo fare". Anche il ct dell'Egitto, Hossam Hassan, ha accusato la riforma di essere un favore su misura per le squadre del Vecchio Continente. L'AFCON non è solo un torneo, ma un pilastro culturale ed economico irrinunciabile per molte nazioni.
Messo alle strette dalle proteste e dai venti di tempesta attorno al suo principale alleato, il presidente della FIFA Gianni Infantino, Motsepe ha dovuto frenare. "Stiamo valutando tutto, compreso il ritorno della Coppa d'Africa ogni due anni. Siamo molto chiari", ha detto, smentendo di fatto sé stesso a pochi mesi di distanza.
Da un lato, il mantenimento del ciclo biennale sarebbe una vittoria popolare. Sarebbe la dimostrazione che l'Africa non è il "cortile di casa" del calcio europeo e rivendica il diritto di stabilire le proprie regole e le proprie tradizioni. Dall'altro lato, però, l'estrema facilità con cui la CAF oscilla tra riforme epocali e repentini dietrofront solleva gravi preoccupazioni. Trasmette l'immagine di un'istituzione debole, incapace di prendere decisioni autonome a lungo termine.
Il calcio africano ha bisogno di indipendenza, certo, ma anche di una leadership solida che non navighi a vista tra gli interessi di Zurigo e i malumori interni. Ripristinare l'AFCON ogni due anni è la scelta giusta per il cuore del continente, ma le modalità con cui ci si sta arrivando rischiano di suonare come l'ennesimo campanello d'allarme per la credibilità della CAF.