Tra unanimità lampo in Giunta e ratifica del Consiglio, il Coni sceglie il compromesso: Malagò guida la FIGC verso il voto del 14 dicembre.
Giovanni Malago ai tempi di Milano-Cortina (Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images)
Ci sono momenti nella politica sportiva italiana in cui il realismo, stremato dalle proprie contraddizioni, preferisce rifugiarsi nel compromesso. La vicenda che ha portato Giovanni Malagò a succedere a se stesso come commissario della FIGC rappresenta l'ennesimo “capolavoro” di diplomazia e maquillage semantico: l'uomo che fino a ieri rappresentava il problema per una parte delle istituzioni e del Governo diventa, d'un tratto, l’unica soluzione praticabile per salvare il salvabile.
L'accordo maturato tra Palazzo H e i cortili della politica sportiva si è concretizzato attraverso un iter d'approvazione chirurgico e fulmineo. Dopo le prime indiscrezioni di lunedì pomeriggio, le conferme definitive sono arrivate a mezzogiorno di ieri, a seguito di un colloquio riservato di quarantacinque minuti nell'ufficio della presidenza del CONI tra il presidente Luciano Buonfiglio e Giovanni Malagò.
Subito dopo il confronto, la Giunta del CONI si è riunita approvando la proposta di commissariamento all'unanimità con 15 voti favorevoli su 15, in un blitz consumato in appena dieci minuti, pari al tempo di un caffè con rapida lettura di quotidiano annessa. Tra i votanti figurava regolarmente anche Diana Bianchedi, mentre sono rimasti fuori dallo scrutinio il segretario generale Carlo Mornati e lo stesso Malagò, astenutosi in qualità di membro CIO. A stretto giro, la decisione della Giunta è passata al vaglio del Consiglio Nazionale del CONI, che ha espresso la medesima unanimità per la ratifica finale, blindando politicamente ed esecutivamente l'intesa.
Dietro la facciata dell'unanimità istituzionale c'era la consapevolezza del vertice dello sport italiano che difficilmente Giunta e Consiglio avrebbero sostenuto una formula diversa. A ciò si è aggiunta la pressione dei pareri legali fatti circolare dalla FIGC, curati da illustri giuristi come Sabino Cassese, che hanno evidenziato l'altissimo rischio di soccombere nei successivi ricorsi alla giustizia ordinaria in caso di defenestrazione forzata.
Il verdetto lascia sul campo due chiarissimi sconfitti: il presidente del CONI Luciano Buonfiglio e il Ministro dello Sport Andrea Abodi, il cui tentato "blitz" si è infranto contro la tenuta della rete politica di Malagò e contro il tempismo deficitario di chi provava a colpire la governance proprio mentre la Nazionale e le giovanili azzurre ritrovavano successi ed entusiasmo.
Mentre l'avvocato Miele, autore del ricorso sul mancato tesseramento che ha innescato la vicenda, ha liquidato l'esito come un pasticcio ridicolo che solo in Italia poteva succedere, i diretti interessati hanno subito ribadito le rispettive posizioni. Giovanni Malagò si è detto vittima di un paradosso, sottolineando di uscirne a schiena dritta e mettendosi immediatamente al lavoro, con un volo diretto a Berlino per la riunione UEFA.
Dal canto suo, Luciano Buonfiglio ha difeso la linea del rispetto statutario, evidenziando come Malagò fosse vittima di un malfunzionamento, ma ha anche denunciato una dolorosa coda di veleni lamentando messaggi mafiosi e attacchi personali legati all'attività del figlio Marco nel progetto del nuovo stadio del Venezia. La Lega Serie A ha infine espresso piena soddisfazione per la ripartenza rapida, rimarcando l'opportunità di concentrarsi sui dossier prioritari.
Il mandato formale prevede di sanare il vizio di forma e organizzare la nuova Assemblea elettiva entro il 31 gennaio 2027. Tuttavia, lo stesso commissario ha già annunciato tempi decisamente più brevi: si tornerà alle urne il 14 dicembre 2026 (alle ore 11 presso l'hotel Hilton di Fiumicino).
Con le candidature da presentare 40 giorni prima, entro il 4 novembre, l'obiettivo di Malagò è correre come candidato unico per trasformare il commissariamento in una semplice passerella verso la rielezione.
Per evitare il ripetersi del vizio burocratico del mancato tesseramento, la soluzione individuata sarà legarsi a un club d'impegno sociale e periferico, come l'US Boys Caivanese, trasformando una magagna di forma in un messaggio di riscatto sportivo. In attesa del voto, anche le tessere dell'organigramma tornano al loro posto: Diana Bianchedi è pronta a essere reintegrata nel ruolo di capodelegazione della Nazionale.