Un campionato sudamericano, una finale Mondiale: figlio di un emigrante lucano, Juan José Tramutola è ancora oggi il più giovane commissario tecnico ad aver guidato una nazionale ad una Coppa del Mondo
Immaginate di avere 27 anni e sedervi sulla panchina della nazionale per vivere un Mondiale. Magari siete più giovani dei calciatori stessi o semplicemente state sognando. È il 1930, nessuno è ancora consapevole che il mondo sta per cambiare per sempre: gli strascichi della Prima Guerra Mondiale stanno portando l’Europa verso una devastante trasformazione, in Sud America le navi provenienti dall’Italia portano ancora giovani pieni di speranze, di sogni e in Francia un avvocato di nome Jules Rimet, che di sogni se ne intende, ha deciso di organizzare un torneo con le migliori nazionali di calcio del mondo.
Si gioca in Uruguay, che nel pieno del proprio splendore è l’unico Stato capace di sostenere le spese per la competizione. Contemporaneamente la Celeste continua a camminare a lunghi passi sul tetto del mondo. Ha vinto le ultime due Olimpiadi, è arrivata seconda all’ultimo campionato sudamericano ed è pronta a giocarsi le sue carte davanti alla sua gente. Tra gli invitati ci sono gli avversari di sempre: l’Argentina, campione del Sud America, guidato un ragazzo di 27 anni e 8 mesi. Si chiama Juan José Tramutola, è figlio di un emigrato lucano, per la precisione di Tricarico, piccolo paese della collina materana, arrivato appena un anno prima per affiancare Olazar nel campionato continentale giocato in patria.
Figlio di Pancrazio Tramutola, nato a Tricarico e cresciuto nella Rabatana, zona araba del paese, e di Fortuna Balsama, originaria di Campomaggiore, Juan José è il terzo di sei figli. Emigrati a Buenos Aires nel 1891, i genitori Tramutola aprono una sartoria nella capitale argentina. Il lavoro è buono, la bottega cresce e permette loro di garantire un'ottima istruzione alla prole. Juan José diventa un giovane insegnante di educazione fisica, fino al 1929, anno in cui arriva la chiamata dalla nazionale argentina.
Facciamo un passo indietro. È il novembre del 1929. L’Argentina ospita la dodicesima edizione del Campionato Sudamericano, ad un anno dalla finale olimpica contro la corazzata uruguaiana ad Amsterdam. Si gioca in tre stadi: l’Alvear y Tagle, casa del River Plate, il Libertadores de América, che ancora oggi è teatro delle gare interne dell’Indipendiente, e il Gasómetro. Proprio quest’ultimo è la sede indicata per l’esordio della Selección. Di fronte c’è il Perù. È il 3 novembre 1929. L’Argentina si mostra subito forte. La squadra guidata da Tramutola è una corazzata che la Blanquirroja non riesce a contrastare. I padroni di casa passano subito in vantaggio. Il primo gol lo realizza Carlos Peucelle, uno che non molto tempo dopo sarebbe diventato il mentore di un certo Alfredo Di Stefano, nonché il “primo milionario” della storia a causa dei 10.000 pesos pagati dal River Plate per averlo. La gara è un dominio argentino. Finisce 3-0, le altre due reti vengono realizzate dal centrocampista Adolfo Zumelzú. Nel frattempo, però, l’Uruguay, da campione olimpica in carica, ha perso per 0-3 contro il Paraguay.
È la seconda partita e l’avversario questa volta è proprio l’Albirroja, mattatrice della Celeste poco più di una settimana prima. Tuttavia, l’Argentina è così forte da non fermarsi davanti a nulla. La partita la apre Evaristo, El Galgo, che in Italia si conoscerà nel 1935 per la sua esperienza nel Genoa, nella città che fu dei fondatori della squadra che per anni l’ha visto militare, il Boca Juniors. La gara è solo in discesa. L’Albiceleste passeggia, ne fa altri tre. Si chiude 4-1, ma la vittoria dell’Uruguay del giorno successivo mette in condizione l’Argentina di poter pareggiare lo scontro diretto per vincere il torneo. È l’ora della rivincita.
È il 17 novembre. Al Gasómetro ci sono 60.000 spettatori. I ragazzi guidati da Tramutola sfidano la stessa squadra che appena l’anno precedente aveva vinto il torneo olimpico nei Paesi Bassi battendoli per 2-1. Si comincia e la Selección passa subito avanti con Manuel Ferreira. L’Uruguay reagisce. L’Argentina è forte e si muove con eleganza per chiudere i conti. Nel secondo tempo segna ancora Evaristo, lo stesso della sfida contro il Paraguay. Al triplice fischio sono 2-0. L’Albiceleste ha vendicato la sconfitta. In patria si festeggia, ma la sfida infinita tra Uruguay e Argentina ha ancora un atto. Quello più importante.
Sul Mondiale 1930 ci sono innumerevoli aneddoti e leggende. Il 30 luglio sul Centenario di Montevideo si abbatte un’insolita nevicata. L’Argentina è in fermento. Decina di migliaia di persone sono pronte a raggiungere l’Uruguay via nave. Si stimano addirittura 15.000 persone. La cosa che è certa è che il porto della capitale uruguaiana fa fatica a contenere tutta quella gente. Molti di loro arrivano allo stadio a partita iniziata. L’attesa è enorme. A due anni dalla Partita del Secolo di Amsterdam, la Celeste e l’Albiceleste si trovano contendere un trofeo. Il pre gara è carico di tensione, alcuni calciatori vengono addirittura intimoriti dai tifosi avversari.
Il cammino della Selección fino alla finale è stato netto. Sole vittorie. Nella fase a gironi la squadra di Tramutola ha superato Francia, Cile e Messico. Il primo gol della storia Albiceleste ad un Mondiale lo realizza un ragazzo che, da lì a poco, sarà molto noto in Italia. Si chiama Luis Monti. È un anno più giovane del commissario tecnico e gioca nel San Lorenzo. L’anno dopo passerà alla Juventus per vincere anche un Mondiale con l’Italia di Vittorio Pozzo nel 1934. Segna su punizione all’81 minuto contro i transalpini nella gara d’esordio, è il primo gol su calcio piazzato della neonata competizione iridata. Le altre due partite scorrono con la naturalezza di un ballerino di tango: con il Messico finisce addirittura 6-3, con il Cile, invece, 3-1. L'arbitro della partita contro i messicani è Ulises Saucedo, un nome che non mi rimanda a grandi ricordi, se non fosse che in quell'edizione dei Mondiali ricoprisse contemporaneamente il ruolo di commissario tecnico della Bolivia, eliminata ai gironi da Brasile e Jugoslavia senza segnare neanche un gol.
Nelle semifinali c’è la nazionale statunitense, capace di battere sia il Belgio che il Paraguay nel primo turno. A Montevideo è una vera e propria mattanza. Gli argentini ne fanno ben sei agli avversari. Il giorno dopo l’Uruguay fa lo stesso risultato contro la Jugoslavia. Il doppio 6-1 di manifesta superiorità sarà superato soltanto nel 2014, quando la Germania distruggerà il Brasile per 7-1 davanti ai propri tifosi in una delle serate più nere della storia verdeoro, ma torniamo a Montevideo.
La tensione al Centenario è palpabile. Armi, minacce e quell'odio, prepotente, che ad oltre 80 anni di Salto ha segnato le storie di Uruguay e Argentina. Il primo problema riguarda il mezzo principale: la sfera di gioco. I padroni di casa si presentano con un pallone più pesante, gli argentini, invece, hanno con loro una palla più leggera, comoda per agevolare la leggiadria dei movimenti da artisti tipica dei propri giocatori. La contesa viene sciolta da John Langenus, un arbitro belga richiamato appositamente per la finale, dopo il rifiuto di massa dei colleghi a causa dell'elevata pericolosità dell'incontro. Proprio in virtù di questo il fischietto, che di professione fa capo di gabinetto del Governatorato di Anversa, ha ottenuto un'assicurazione sulla vita dalla FIFA, oltre alla possibilità di scappare dallo stadio per raggiungere il porto non appena la partita fosse finita. Tra il boato dei 90.000, le squadre scendono dalla scalinata centrale. Si comincia. Dalla panchina Tramutola dirige i suoi. L'Argentina tiene palla, domina il gioco. Il primo gol, però, è degli avversari. Segna Pablo Dorado, attaccante del Bella Vista che due anni dopo la storica giornata nella capitale uruguaiana andrà a giocare proprio in Argentina con la maglia del River Plate. L'Albiceleste non ci sta. La squadra continua a giocare meglio e al ventesimo minuto pareggia con Paucelle. La sfida si accende. Verso la fine del primo tempo arriva la sorpresa. Una sponda per Guillermo Stábile, uno che con la nazionale albiceleste otterrà il record di vittorie nella Coppa American da allenatore, regala il vantaggio agli ospiti. Il primo tempo termina 1-2.
Alcune leggende parlano della paura degli argentini negli spogliatoi, del terrore di non uscire vivi dallo stadio. La realtà, invece, dice gli uruguaiani tornano in campo con una fame diversa. Il pari è immediato, il vantaggio lo segue. All'ottantanovesimo, dopo le alcune occasioni avversarie, Héctor Castro, ribatezzato el divino Manco a causa della propria condizione fisica per una mano una persa sul lavoro, realizza il 4-2. L'Uruguay è campione del mondo. Per l'Argentina è una delusione enorme, è l'ennesima sconfitta contro gli acerrimi nemici. Il triplice fischio, tra le lacrime, si chiude l'esperienza di Tramutola con la Selección.
Dopo l'Albiceleste, Juan José Tramutola ha allenato il Boca Juniors nel 1938, il Club Ferro Carril Oeste dieci anni più tardi, il Vélez e l'Huracan. Contemporaneamente, continua la professione di insegnante, facendo carriera anche nel mondo della scuola. Diventa preside, poi ispettore e viene scelte come rappresentante dell'Argentina nel Congresso dell'Educazione del 1960. È morto a 66 anni a Buenos Aires il 30 novembre 1968. A distanza di quasi un secolo dalla finalissima di Montevideo, è rimasto il più giovane commissario tecnico ad aver guidato una nazionale durante la Coppa del Mondo.