Dalla tassa sull'1% del betting alla riforma totale dei vivai. Cosa chiedono i club al prossimo Presidente per rilanciare il sistema.
Il Centro FIGC di Coverciano (Foto x.com/FIGC)
La Serie A ha deciso di smettere i panni della vittima sacrificale del sistema calcio. Dopo lo shock della terza esclusione mondiale della Nazionale, i club hanno capito che la crisi azzurra non è che il riflesso di un’industria frenata da norme anacronistiche.
Per questo, l’appuntamento con le elezioni federali non sarà una semplice conta di voti, ma un banco di prova su un manifesto programmatico chiaro e senza sconti.
Quello che la Gazzetta dello Sport definisce “Manifesto Simonelli” non è una semplice lista della spesa, ma una strategia complessa per rimettere la Serie A al centro del villaggio, trasformandola ufficialmente nella locomotiva politica ed economica del Paese.
Le cinque macroaree individuate dai club rappresentano una visione d'insieme che punta a modernizzare il prodotto calcio sotto ogni profilo. Non si parla solo di soldi, ma di una ristrutturazione profonda dello sport giocato e delle sue fondamenta.
L’obiettivo è creare un circolo virtuoso che parta dalla sostenibilità economico-finanziaria per arrivare a una vera rivoluzione dei talenti.
I club chiedono di riscrivere le regole dei settori giovanili: meno tatticismo esasperato e più spazio alla qualità. L'idea di un campionato Primavera senza retrocessioni e slegato dalle classifiche punta proprio a questo: proteggere il talento italiano dalla paura del risultato immediato.
A questo si affianca la necessità di provvedimenti politico-strutturali che permettano di sbloccare l'impasse degli stadi attraverso iter burocratici agevolati che trasformino le arene da costi a generatori di ricchezza.
Il punto più discusso e ambizioso riguarda però il rapporto con il settore delle scommesse. Sotto la spinta di Urbano Cairo, la Serie A chiede la fine del Decreto Dignità e l'introduzione di una percentuale dell'1% sulla raccolta del betting calcistico da destinare al sistema.
I numeri sono impressionanti: su una raccolta di quasi 23 miliardi di euro nel 2024, ben 16,1 miliardi derivano dal calcio. Quel prelievo dell'1% garantirebbe circa 160 milioni di euro annui, ossigeno puro da reinvestire in impianti e vivai.
Non è un caso che nel manifesto si parli anche di misure fiscali, come il ripristino del Decreto Crescita o strumenti simili. L'obiettivo è chiaro: rendere l'Italia nuovamente una destinazione appetibile per i top player mondiali.
Più campioni significa più appeal internazionale, più diritti TV e, in ultima analisi, più risorse per tutto il movimento, dalle grandi alle piccole realtà.
Il messaggio rivolto a Giovanni Malagò, che la Serie A ha deciso di sostenere nella corsa alla presidenza (si sono schierati a favore 19 club su 20), ma in generale ai futuri vertici FIGC è netto: il calcio non chiede elemosina, ma strumenti per produrre valore.
I dati confermano la centralità del settore: per ogni euro "investito" dallo Stato, il ritorno in termini fiscali e previdenziali è di 20,5 euro.
In sostanza il nuovo presidente federale dovrà essere il promotore e il garante al tempo stesso di questo patto industriale. Come auspicato da più direzioni servono "competenza ed eccellenza" per cancellare le figuracce internazionali e ridare dignità politica a una Lega che non vuole più limitarsi a finanziare il sistema, ma intende guidarlo.