Numeri in Palla, la rubrica di Jacopo Carmassi - La partita ingiusta: stesso campo, regole diverse

Il caso della Premier League illustra bene perché le regole economico-finanziarie nel calcio contano – e perché dovrebbero essere le stesse per tutti

Numeri in Palla 10 di Jacopo Carmassi

Numeri in Palla, la rubrica di Jacopo Carmassi - La partita ingiusta: stesso campo, regole diverse (Foto Gemini Ai)

Inizio dicendovi subito quello di cui non mi occuperò in questa decima puntata di Numeri in Palla: il caso del Manchester City. E non perché non sia un caso estremamente interessante e importante, ma per le quattro seguenti ragioni: 1) come i più fedeli lettori di Numeri in Palla avranno intuito, mi interessano più le analisi di sistema, anche se casi specifici possono fornire ovviamente informazioni utili; 2) il caso del Manchester City non è concluso, e mancano ancora molte informazioni rilevanti (tra cui le possibili sanzioni); 3) il mio interesse principale è discutere l’efficacia (o meno) delle regole in uno scenario in cui vengano rispettate; 4) ne parlano tutti, e in questa rubrica cerco nel mio piccolo di offrire qualcosa di diverso – argomenti diversi o prospettive diverse.

Fatta questa premessa, vi dico ora quello di cui vi parlerò: tenendo fede alla promessa che vi ho fatto nella precedente puntata (“Il calciomercato parla inglese: perché?”), svolgerò alcune riflessioni sul ruolo che le regole economico-finanziarie possono avere giocato nel creare o quanto meno ampliare il divario della forza nel calciomercato dei Club inglesi rispetto a tutti gli altri.

Le regole della Premier League erano diverse – e meno stringenti

Vado subito al punto: fino alla stagione 2025/2026 (inclusa), i Club della Premier League operavano dentro un quadro di regole economico-finanziarie significativamente diverso, e meno stringente, rispetto a quello degli altri maggiori campionati in Europa (e della UEFA). Fino alla scorsa stagione, le regole della Premier League non includevano uno Squad Cost Ratio, cioè un limite al rapporto tra costi per la squadra, inclusivi di stipendi e costi per gli ammortamenti dei cartellini dei calciatori insieme con altre voci, e ricavi (i Club della Premier League partecipanti alle competizioni UEFA per Club erano, e sono tuttora, soggetti allo Squad Cost Ratio della UEFA, e sono quelli finora con il maggior numero di violazioni rispetto ai Club degli altri campionati, ma queste violazioni hanno portato a sanzioni di importo molto contenuto rispetto alla loro dimensione economica). Inoltre, non ci sono (tuttora) regole per i Club della Premier League che li spingano fortemente verso un equilibrio costi-ricavi, impedendo cioè ad un Club di spendere più di quello che potrà incassare. 

Il cardine del precedente sistema delle “Profitability & Sustainability Rules” (PSR) della Premier League era un tetto alle perdite aggregate su un arco di tre anni: le sanzioni più significative potevano scattare, con un ritardo di mesi o anni rispetto al periodo della violazione delle norme, solo se un Club superava la soglia di 105 milioni di sterline di perdite aggregate sui tre anni (le due precedenti stagioni e quella in corso) – circa 120 milioni di euro (il doppio rispetto ad un’analoga regola UEFA), e con deduzioni possibili per le spese per infrastrutture, calcio femminile e giovanile, oltre ad un trattamento favorevole per alcune tipologie di operazioni infragruppo (come la vendita della squadra femminile e di hotel). Inoltre, in caso di perdite aggregate sui tre anni comprese tra 15 e 105 milioni di sterline, un Club poteva evitare una serie di sanzioni fornendo coperture delle perdite attraverso contributi di capitale. Dunque, le maglie per poter fare perdite erano molto larghe e molto ampi erano i margini per coprire queste perdite ex-post con iniezioni di capitale.

In altri sistemi erano già in vigore una serie di meccanismi che, con modalità differenti, pongono un maggior freno ai costi che un Club può sostenere: lo Squad Cost Ratio, ma anche altri strumenti regolamentari specifici nei diversi sistemi, tra cui le regole della Liga spagnola e della Bundesliga tedesca, che impediscono a un Club, ex-ante, di spendere più di quanto incasserà: un approccio rivolto alle dinamiche economico-finanziarie future, che si sta rivelando particolarmente efficace ai fini della sostenibilità economico-finanziaria.

Questa asimmetria normativa, combinata con l’enorme volume di ricavi e con le ampie disponibilità economiche dei proprietari, ha creato per la Premier League la situazione che abbiamo analizzato nella precedente puntata di Numeri in Palla: spese elevatissime, anche sul calciomercato, con il ricorso sistematico a perdite ingenti, poi coperte da nuove risorse delle proprietà, senza che le regole potessero porre un freno efficace a questa dinamica.

Tutto cambia perché tutto resti com’è?

Dalla stagione 2026/2027 la Premier League ha abbandonato il precedente sistema delle PSR – ed è passata ad un nuovo regime incentrato su uno Squad Cost Ratio. Il passaggio ad un nuovo sistema, profondamente diverso e almeno in parte più simile a quello vigente in altri sistemi, è esso stesso un indicatore della scarsa efficacia (ma potremmo anche dire: del fallimento) del precedente impianto normativo. Lo Squad Cost Ratio introdotto per i Club della Premier League è stato però calibrato all’85% (e per questo il nostro di numero di maglia oggi è l’85), invece che al 70%, per dare ai Club maggiori margini di flessibilità (in particolare per quelli che non partecipano alle competizioni UEFA) e sono previsti una serie di possibili margini di manovra e deviazioni (con meccanismi abbastanza articolati e complessi): se il requisito non viene rispettato scattano sanzioni monetarie e, solo nei casi più gravi, penalizzazioni in classifica (un minimo di 6 punti) – ma queste ultime possono teoricamente scattare per valori ben superiori all’85%, perché è previsto un cuscinetto di entità variabile fino un valore massimo del 115%.

Vedremo se e quale impatto questo nuovo approccio regolamentare potrà produrre sull’equilibrio economico-finanziario dei Club della Premier League, insieme con alcuni altri nuovi strumenti introdotti a tutela della liquidità e della posizione patrimoniale dei Club. Certamente, è lecito sostenere che il precedente sistema non desse garanzie di sostenibilità: al contrario, ha alimentato dinamiche perverse che hanno portato il campionato più ricco del mondo ad essere anche quello con maggiori perdite, come abbiamo visto nella precedente puntata di Numeri in Palla. 

È però ancora presto per capire quali saranno gli effetti del nuovo regime normativo: guardando alla spesa dei Club di Premier League nella sessione del calciomercato estivo 2026, non è affatto chiaro se e in quale misura il nuovo sistema porterà modifiche radicali, sia per quanto riguarda la loro forza economica nel calciomercato che per quanto concerne gli elevati livelli di perdita. Servirà valutare attentamente i risultati economico-finanziari della stagione 2026-2027 e gli effetti delle varie misure previste nel nuovo impianto normativo della Premier League.

Lo Squad Cost Ratio è utile, ma non può vincere da solo

Si potrebbe obiettare che lo Squad Cost Ratio non solo non è sufficiente a garantire un equilibrio economico-finanziario, ma potrebbe anche causare effetti indesiderati. Sul primo punto: è vero, si può rispettare lo Squad Cost Ratio e incorrere comunque in perdite, perché ci sono altre voci di costo che possono portare un Club in perdita. Tuttavia, una misura che contiene le spese sulla principale voce di costo per i Club svolge un ruolo estremamente importante – senza questo freno, la situazione sarebbe, con ogni probabilità peggiore. E il caso della Premier League ce lo conferma. 

Secondo: poiché il denominatore dello Squad Cost Ratio sono i ricavi, c’è effettivamente un rischio di cristallizzare gli equilibri competitivi tra i Club – cioè, chi ha più ricavi può spendere di più e dunque avrà molte più probabilità di vincere. Con le vittorie, i ricavi aumenteranno ulteriormente, e in tal modo si innescherà un circolo virtuoso per quei Club, ma potenzialmente vizioso per l’equilibrio competitivo. Questo punto è a mio avviso molto valido, ma ci possono essere due contro-obiezioni: primo, avere i ricavi a denominatore dello Squad Cost Ratio può anche incentivare i Club a lavorare per espandere il proprio volume di ricavi (chiaramente, difficilmente un Club con ricavi di 100 milioni di euro riuscirà a colmare il gap con un Club che fattura 1 miliardo di euro all’anno); secondo punto, secondo me ancora più importante, si potrebbe dire che il problema è la distribuzione profondamente asimmetrica dei ricavi (si vedano le puntate di Numeri in Palla sul “campionato dei ricavi” e sulla forza economica dei Club della Champions League), e quindi si dovrebbe magari agire su questo aspetto, invece che sulla natura dello strumento regolamentare.

Terza considerazione: come non si può giudicare un calciatore da un calcio di rigore, non si può valutare un sistema regolamentare in base ad un unico indicatore. Uno Squad Cost Ratio è una misura importante, ma poi bisogna vedere quali sono i suoi “compagni di squadra” nel sistema normativo: ci sono altre norme che incentivano fortemente i Club a perseguire un equilibrio economico-finanziario? Ci sono requisiti che impediscono ai Club di fare il passo più lungo della gamba, sia per i costi e che per la liquidità? Ci sono sanzioni efficaci e tempestive? 

Per capire cosa succederà alle dinamiche economico-finanziarie dei Club della Premier League non basterà dunque guardare allo Squad Cost Ratio, ma si dovrà capire come il sistema funzionerà nel suo complesso, anche con riferimento ai nuovi requisiti che mirano a garantire che i Club dispongano di liquidità sufficiente e di una solida posizione patrimoniale.

Le regole non bastano – ma senza è peggio

Le regole contano. Il caso della Premier League ne è un’evidente dimostrazione. E le regole servono. Senza regole, vince semplicemente chi ha più soldi perché genera volumi elevati di ricavi e/o perché i proprietari possono immettere risorse fresche senza troppi limiti.

Certo, anche con le regole è probabile che vincano, generalmente e al netto di eccezioni, i Club con maggiori risorse. Ma le norme servono quanto meno a creare condizioni più uniformi, a limitare distorsioni dell’equilibrio competitivo e a lasciare al calcio la magia che lo dovrebbe contraddistinguere – quella legata all’incertezza su chi vincerà.

Le regole servono anche per impedire che si verifichino disastri economici e che i Club scompaiano dal panorama calcistico. Quindi queste norme sono importanti, anzi vitali, anche a tutela dei Club, delle città, dei tifosi. La domanda non è se servano regole economico-finanziarie per il calcio, ma come debbano essere disegnate. 

Di questo tema, qualora siate interessati ad un approfondimento, ci siamo occupati in “Fuorigioco Finanziario”, libro sulla sostenibilità economico-finanziaria nel calcio recentemente pubblicato da Luiss University Press, che ho avuto il privilegio di scrivere a sei mani insieme con Paolo Bedin, Presidente della Lega Serie B, e Vincenzo Loi, dottore commercialista e revisore dei conti con vasta esperienza nel mondo del calcio. Il volume offre un’analisi approfondita sia dei numeri che delle regole economico-finanziarie del calcio in Europa, sia per il sistema italiano che per Inghilterra, Spagna, Germania, Francia e a livello UEFA. 

Ne emerge, complessivamente, un quadro di grande fragilità economica e con una significativa eterogeneità normativa tra i vari sistemi, nonostante una parziale convergenza su alcuni aspetti, favorita dalle regole UEFA. In un contesto di scarsa sostenibilità economico-finanziaria, alcuni sistemi godono tuttavia di una migliore salute economica, e sono quelli le cui norme, con un approccio fortemente forward-looking, cercano preventivamente di impedire ai Club di spendere più di quanto possano incassare: è il caso della Liga spagnola e della Bundesliga tedesca. Una delle proposte nel libro è proprio quella di enfatizzare la natura preventiva degli strumenti regolamentari, in modo da evitare, con interventi tempestivi ed ex-ante, squilibri e situazioni di insostenibilità economica, invece che trovarsi ad intervenire quando è ormai troppo tardi.

La linea del fuorigioco deve essere la stessa per tutti

Il caso della Premier League ci mostra quali possano essere i rischi di avere una linea del fuorigioco finanziario diversa in sistemi diversi: nel futuro, idealmente, questa linea dovrebbe essere sostanzialmente la stessa per tutti. Altrimenti, è come se giocassimo una partita in cui la linea è più avanti o più indietro per i diversi calciatori o per diverse squadre: vi sembra giusto?

[1] Jacopo Carmassi è Principal Economist presso la Banca Centrale Europea ed esperto di tematiche economico-finanziarie del mondo del calcio. È autore di “Fuorigioco Finanziario”, libro sulla sostenibilità economico-finanziaria del calcio scritto con Paolo Bedin, Presidente della Lega Serie B, e Vincenzo Loi, dottore commercialista e revisore dei conti con vasta esperienza nel mondo del calcio, e pubblicato da Luiss University Press. Tutte le opinioni espresse su Social Media Soccer e Social Football Summit sono esclusivamente personali e non impegnano in alcun modo la Banca Centrale Europea né altri enti ai quali l’autore è affiliato.

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