Dai dirigenti ai consulenti: la nuova frontiera del calcio italiano e mondiale

Il consulente è un jolly: non deve rispettare protocolli, ma consiglia su tutto vivendo di prestigio e fiducia da parte del club e dei tifosi

Nel calcio italiano, qualcosa sta cambiando. Non parliamo di schemi tattici, campioni in campo o allenatori carismatici, ma di una figura che, piano piano, si sta ritagliando uno spazio sempre più importante dietro le quinte: il consulente tecnico.

Da Roberto Mancini alla Sampdoria a Claudio Ranieri alla Roma, passando per Zlatan Ibrahimovic al Milan, i grandi nomi del pallone stanno tornando nei loro club del cuore, ma non per allenare o dirigere il mercato. Il loro ruolo? Una via di mezzo tra il mentore, il guru e il simbolo della tifoseria. Ma cosa fanno esattamente? E perché il calcio, non solo in Italia, sembra innamorarsi di questa tendenza? Scendiamo in campo per scoprirlo.

Il fenomeno italiano: Mancini, Ranieri, Ibra e gli altri

Immaginate un tifoso della Sampdoria che vede Roberto Mancini aggirarsi a Bogliasco, il centro sportivo blucerchiato. Non è lì per allenare, né per firmare contratti di mercato. Mancini, leggenda doriana e ex ct della Nazionale, si potrebbe definire come un "super-consulente esterno", un ruolo nebuloso ma carico di significato. Dopo aver smentito rumors su incarichi formali, il Mancio sembra essere una sorta di guida spirituale per una Samp in crisi, consigliando il presidente Manfredi e tenendo d’occhio l’area tecnica, mentre suo figlio Andrea ricopre il ruolo di direttore sportivo. È un po’ come avere un supereroe in giacca e cravatta che interviene nei momenti di bisogno, senza vincoli burocratici.

A Roma, Sir Claudio Ranieri sta scrivendo un altro capitolo della sua love story con la maglia giallorossa. Tornato inizialmente come allenatore per traghettare la squadra fuori da un momento complicato, Sir Claudio è destinato a diventare un consulente di lusso. I Friedkin, proprietari del club, lo vedono come una figura capace di aiutare nella scelta del prossimo tecnico e dare una direzione strategica, sfruttando la sua esperienza e il suo carisma. Ranieri non si occupa di aspetti amministrativi o burocratici: il suo compito è ispirare, unire e rappresentare l’anima romanista.

E poi c’è Zlatan Ibrahimovic, che al Milan ha ridefinito il concetto di "Senior Advisor". Annunciato da RedBird Capital come consulente della proprietà nel 2023, Ibra è una presenza costante a Milanello. Non si limita a dispensare consigli: parla con i giocatori, motiva lo spogliatoio, influenza le scelte tecniche e persino quelle di mercato. È un po’ il collante tra squadra, dirigenza e tifosi, con quel mix di autorità e ironia che solo lui sa portare. Quando Zlatan entra in scena, tutti ascoltano.

Ma non è solo una questione di big. Anche altri club italiani stanno sperimentando questa formula. Pensiamo a Gianluigi Buffon, che nella FIGC ricopre il ruolo di capo delegazione e direttore sportivo del Club Italia: un consulente atipico, che unisce rappresentanza istituzionale a una visione tecnica di lungo periodo. Oppure a Walter Sabatini, che dopo anni da direttore sportivo sta riflettendo sull’idea di  aprire una società di consulenza per affiancare i club senza legarsi a un’unica squadra.

La differenza con i ruoli tradizionali

Ok, ma perché non chiamarli semplicemente direttori sportivi o tecnici? La risposta sta nella libertà. Un direttore sportivo (DS), come previsto dalle normative FIGC, deve essere iscritto all’albo, gestire contratti, trattative di mercato e l’organizzazione dell’area tecnica. È un lavoro strutturato, con responsabilità definite e vincoli burocratici. Il direttore tecnico (DT), invece, si concentra più sulla strategia sportiva, spesso affiancando l’allenatore nella scelta dei giocatori o nello stile di gioco, ma sempre con un ruolo operativo chiaro.

Il consulente, invece, è un jolly. Non ha un mansionario rigido, non deve rispettare protocolli. Può consigliare su tutto – dalla scelta del tecnico alla gestione della squadra – ma senza l’obbligo di sporcarsi le mani con la quotidianità. È una figura che vive di prestigio e fiducia: i tifosi si fidano di Mancini perché è "uno di loro", i giocatori ascoltano Ibra perché è Ibra, e la Roma segue Ranieri perché è una garanzia di romanità e competenza. In un certo senso, i consulenti sono come i "saggi" del calcio: parlano poco, ma quando lo fanno, lasciano il segno.

Uno sguardo al mondo: i consulenti oltre confine

Questa tendenza non è solo italiana. Nel calcio globale, i consulenti stanno diventando una risorsa preziosa per club che vogliono unire tradizione e innovazione. Prendiamo il Manchester United, dove Sir Alex Ferguson è rimasto una figura di riferimento dopo aver lasciato la panchina. Non ha un ruolo ufficiale, ma la sua voce conta ancora tantissimo: i giocatori lo rispettano, la dirigenza lo consulta, e i tifosi lo venerano. È un consulente nell’ombra, senza contratto ma con un’influenza enorme.

In Spagna, il Real Madrid ha spesso utilizzato ex leggende come Zinedine Zidane in ruoli di consulenza prima che tornasse ad allenare. Dopo la sua prima esperienza da tecnico, Zizou ha agito come una sorta di ambasciatore tecnico, consigliando Florentino Pérez su acquisti e strategie, senza mai prendere una scrivania fissa. Un altro esempio è Johan Cruyff al Barcellona: fino alla sua scomparsa, l’olandese è stato il faro filosofico del club, influenzando il tiki-taka e il modello delle giovanili senza mai ricoprire un ruolo operativo.

Fuori dall’Europa, il fenomeno è ancora più interessante. In Sud America, il Barcelona SC ecuadoriano ha fatto parlare di sé grazie a Segundo Castillo, che non solo allena ma si presenta in smoking, diventando una sorta di consulente d’immagine per il club. La sua eleganza in panchina ha creato un brand, attirando sponsor e tifosi. In MLS, il LA Galaxy ha sfruttato David Beckham come consulente strategico per espandere il proprio mercato globale, usando la sua fama per attrarre talenti e investitori.

Perché i consulenti funzionano?

Allora, qual è il segreto di questa moda? Prima di tutto, i consulenti portano credibilità. In un calcio sempre più aziendale, dove i presidenti spesso vengono da mondi lontani dallo sport, una leggenda come Mancini o Ranieri rassicura i tifosi e dà un volto umano al progetto. Secondo, offrono flessibilità: non essendo vincolati da ruoli rigidi, possono adattarsi alle esigenze del club, che sia scegliere un allenatore o motivare la squadra. Terzo, sono un ponte tra passato e futuro: Ibrahimovic, per esempio, incarna il Milan vincente di ieri ma parla la lingua dei giovani di oggi.

E poi c’è il fattore emozionale. In un’intervista recente, Mancini ha detto: “La Samp per me è speciale, se posso dare una mano lo faccio”. Ranieri, invece, a Il Messaggero scherzando, ha definito il suo futuro ruolo alla Roma: “Senior advisor, traducetelo come ve pare”. È questa autenticità che fa la differenza: i consulenti non sono solo professionisti, ma simboli di un calcio che vive di passione.

Il futuro del calcio?

La tendenza dei consulenti sembra destinata a crescere. In un mondo dove i club sono sempre più complessi – tra bilanci, sponsor e social media – avere una figura carismatica che unisca spogliatoio, dirigenza e tifosi è un vantaggio enorme. Ma c’è un rischio: senza confini chiari, il ruolo del consulente può diventare una scatola vuota, un titolo onorifico senza sostanza. Starà ai club trovare il giusto equilibrio, dando a queste leggende il potere di incidere davvero.

Per ora, però, godiamoci lo spettacolo. Mancini che sussurra consigli a Bogliasco, Ranieri che pianifica il futuro della Roma, Ibra che domina Milanello con un sorriso sornione: il calcio italiano ha trovato una nuova anima, e non potremmo essere più curiosi di vedere dove ci porterà.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

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