Playoff Mondiali, una Nazionale figlia di nessuno: Gattuso e l’ultima chiamata verso il Mondiale

Tra lo spettro di Belfast 1958 e il peso dei "ricchi scemi", Rino Gattuso guida un’Italia in bilico con l'obbligo di evitare il terzo crac mondiale consecutivo

Playoff Mondiali 2026

Gli Azzurri prima di Estonia-Italia (Foto x.com/Azzurri_En)

Di fronte al calcio dei club che "adesca sotto i lampioni" delle coppe europee e dei fatturati, la Nazionale italiana si ritrova oggi a essere una parente povera, quasi un fastidio burocratico, tra un turno di campionato e un ottavo di finale. 

Eppure, quella maglia che non è più "LA" maglia ma "UNA" delle tante, sta per tornare l'unico specchio di un Paese intero.

L’Italia di oggi si ciba di avanzi e briciole, disturbando con i suoi “piagnistei” i calendari intasati della geopolitica pallonara. 

Ma, come scrive Roberto Beccantini sul Guerin Sportivo, le Idi di marzo incombono: il destino ci aspetta al varco di un Rubicone dalle acque mosse.

Il fattore "Ringhio": la stoffa di Gattuso

Dopo i fallimenti di Ventura e Mancini, e la parentesi amara di Spalletti (culminata nel disastro di Oslo), tocca a Gennaro Gattuso. L'uomo che ha vissuto una vita da mediano, il Sancho Panza dei sognatori che correva per Kakà, è chiamato a una missione rocambolesca: riportarci al Mondiale.

Non esserci nel 2026, nel primo torneo a 48 squadre tra Canada, Messico e USA, non sarebbe solo uno smacco sportivo, ma una vera tragedia culturale. 

Sarebbe la conferma di una tendenza: un'Italia "Magellano di basso profilo", incapace di navigare oltre le Colonne d'Ercole della fase a gironi dal lontano 2014.

Il Peso della Storia: Dai "Ricchi Scemi" all'incubo di Belfast

Per capire perché la sfida contro l’Irlanda del Nord a Bergamo non sia una partita come le altre, bisogna riavvolgere il nastro al 15 gennaio 1958

Quel giorno, a Belfast, andò in scena un trauma nazionale: l'Italia, a cui bastava un pareggio, perse 2-1 e rimase fuori dal Mondiale svedese. Fu la prima volta che la Nazionale fallì "sul campo".

Quell'episodio scoperchiò un vaso di Pandora. Giulio Onesti, allora capo del Coni, coniò lo slogan dei "ricchi scemi": proprietari di club che spendevano fortune per campioni stranieri e oriundi (come Schiaffino e Ghiggia), trascurando il vivaio e il bene dell'Azzurro. 

Un’accusa che, tra algoritmi e mercati globali, suona oggi terribilmente attuale. Il fantasma di Belfast ci ricorda che la nebbia del passato può tornare a oscurare il presente se non si ha il coraggio di cambiare rotta.

Un "panciotto" di stoffa buona

Il bacino di pesca si è ridotto: l'attacco è orfano dei grandi nomi, aggrappato alla freschezza del ventenne Pio Esposito e alla gamma balistica di Federico Dimarco. La Federazione è in ansia sotto il peso del rischio di possibili flop consecutivi.

Come scriveva Ennio Flaiano, spesso dalle grandi opere letterarie si ricavano solo piccoli panciotti. Gattuso non è un sarto, è un uomo di fatica. Con la stoffa ridotta che ha a disposizione, deve ricucire lo strappo con la storia. 

La vittoria sazia, la sconfitta strazia. E l'Italia, dopo dodici anni di digiuno mondiale, ha una fame che non può più essere ignorata.

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