La Nazionale Azzurra resta a casa per la terza volta consecutiva: da Zenica arriva un fallimento fatto di errori tecnici e paralisi politica
Il tifo Azzurro a Zenica (Foto x.com/azzurri)
Non tornare mai dove sei stato felice. Lo scrive, in modo mirabile, il direttore del Corriere dello Sport Ivan Zazzaroni nell'edizione del quotidiano romano oggi in edicola È una trappola di malinconia che il calcio italiano continua a ignorare, convinto che il blasone possa colmare il vuoto di idee.
A Zenica, purtroppo, non è andata in scena solo una sconfitta ai rigori contro la Bosnia; è andato in scena il fallimento plastico di un sistema.
Per la terza volta consecutiva, l’aereo per il Mondiale non decollerà. Un’umiliazione che brucia il doppio in un torneo allargato a 48 nazioni.
Se nel 2017 il fondo sembravano Ventura e nel 2022 la Macedonia, oggi scopriamo che il baratro non ha fine. Questo di oggi, però, non è un flop contingente legato a un errore dal dischetto o a un rosso che ha trasformato la partita in un calvario: è una crisi strutturale. Che ha motivi chiari e solidi.
Partiamo dalla testa. Il vertice FIGC. Gabriele Gravina si è spesso definito un "giunco che non si spezza", ma a forza di piegarsi per resistere alle tempeste post-2022 e al deludente Europeo 2024, il sistema intero si è infine spezzato intorno. La gestione federale ha vissuto troppo a lungo di rendita sul miracolo di Roberto Mancini di Wembley, utilizzandolo come un paravento per evitare riforme radicali e necessarie.
Il paradosso è evidente: mentre si punta all'Europeo 2032 come unica ancora di salvezza, il movimento sta perdendo un'intera generazione di tifosi. Quei ragazzi che oggi discutono la tesi di laurea non hanno alcuna memoria dell'Italia in una fase a eliminazione diretta di un Mondiale.
In questo scenario rinviare la discussione al Consiglio Federale appare sempre più come un fortino assediato, incapace di ascoltare un intero Paese di tifosi e appassionati della Nazionale stanco di giustificazioni.
C’era un tempo in cui l’Italia sfidava e batteva leggende come Zico, Maradona e Rummenigge; oggi ci ritroviamo a faticare contro un gruppo di volonterosi bosniaci trascinati da un leader quarantenne, Edin Dzeko che gioca nella seconda divisione tedesca. Non è solo una questione di "fame", ma di una preoccupante involuzione tecnica che l'espulsione di Bastoni ha solo accentuato, esponendoci a ottanta minuti di sofferenza intollerabile.
Nonostante i miracoli di Donnarumma, l'unico vero campione internazionale che vanta il calcio italiano, altri elementi chiave sono apparsi tecnicamente e fisicamente sopraffatti. Nemmeno l’anima di Rino Gattuso, chiamato a iniettare grinta dopo il ciclo Spalletti, è bastata a colmare il vuoto. Il cuore e la volontà non possono sostituire l'organizzazione.
La Nazionale italiana, quattro volte Campione del Mondo, due volte Campione d'Europa e una volta Campione di Olimpia sembra essere diventata altro da un sistema complesso e inghiotte senza colpo ferire chiunque provi a guidarlo. Da Ventura a Mancini, da Spalletti fino a Gattuso, cambiano gli interpreti ma le fondamenta restano drammaticamente errate.
L'eliminazione contro la Bosnia è il risultato finale di un movimento che non produce più aggressività e fame (cosa che accade in tutti gli altri sport) e che finisce sistematicamente per subire nazioni sulla carta inferiori.
La tentazione di rifugiarsi nella narrazione della sfortuna o degli episodi arbitrali contrari è solo l'ultima spiaggia di chi non vuole ammettere che sono le regole e la mentalità alla base del progetto a essere fallimentari.
Abbiamo smesso di giocare a calcio, limitandoci a perdere tempo e a sperare nei rigori come una sorta di estrema unzione sportiva.
Mentre a Toronto, il 12 giugno, la Bosnia sfiderà il Canada, l'Italia resterà ancora una volta davanti alla TV. Non servono più le promesse di "dare l'anima" o i proclami sulla "leggerezza". Serve un azzeramento totale.
Mia figlia di 12 anni mi ha detto subito dopo i rigori: «Domattina a scuola dovrò spiegare alle mie compagne di classe del Marocco, della Tunisia, dell'Ecuador e del Congo che loro giocheranno i Mondiali e noi no».
E la vera sconfitta è proprio qui: nell'impossibilità di tramandare una passione. Ora ognuno si assuma la propria responsabilità e se è rimasta una briciola di dignità, è il momento di usarla.