Dagli 81 milioni di ricavi sponsor al potenziale impatto sullo 0,7% del PIL: ecco perché la qualificazione ai Mondiali 2026 è vitale per la FIGC e il sistema Paese
Scatti d'Azzurro (Foto x.com/Azzurri)
La qualificazione ai Mondiali di USA, Canada e Messico 2026 è diventata per la Nazionale italiana una sorta di sogno proibito, un tabù che dura da dodici lunghi anni.
Con gli imminenti spareggi, i ragazzi di Gattuso hanno l’occasione di spezzare questa maledizione e staccare il biglietto per il torneo in programma dall'11 giugno al 19 luglio.
Se dal punto di vista sportivo l'obiettivo è ovvio, l'analisi dei benefici economici per la FIGC e per l'intero "sistema-Paese" rivela una complessità che va oltre il semplice incasso da stadio.
L’approdo alla fase a gironi, scrive Il Corriere dello Sport nell'ambito di una analisi molto approfondita, garantirebbe un ritorno finanziario immediato e vitale.
Grazie a un montepremi FIFA record di 655 milioni di dollari, la sola partecipazione varrebbe per la Federazione circa 10,5 milioni di dollari, ripartiti tra costi di preparazione e premio presenza.
Questa cifra, sommata ai bonus degli sponsor e all'indotto dei partner commerciali, porterebbe nelle casse di via Allegri circa 20 milioni di euro già prima dei turni a eliminazione diretta, dove ogni passaggio del turno (come i sedicesimi) varrebbe ulteriori 2 milioni di dollari.
Parallelamente, il lavoro del quadriennio Gravina ha permesso di limitare la dipendenza della Federazione dai risultati del campo. Nonostante le pesanti esclusioni del 2018 e 2022, il fatturato è cresciuto costantemente fino ai 224,2 milioni del 2024.
Il piano commerciale 2023-2026 ha inoltre spinto i ricavi da pubblicità e sponsor sopra la soglia degli 81 milioni, mentre l'accordo con Adidas da 35 milioni annui ha fatto esplodere il merchandising: nel solo 2024 è stato venduto oltre un milione di articoli ufficiali, con un mercato internazionale che pesa per oltre il 70% del fatturato tecnico.
Non è solo la Nazionale a beneficiare del Mondiale. Anche i club di Serie A guardano con estremo interesse alla qualificazione azzurra, grazie al potenziamento del FIFA Club Benefits Programme.
L’intesa tra FIFA ed ECA ha portato il fondo per i club a 355 milioni di dollari. Questo significa che ogni società riceverà un indennizzo giornaliero per ogni calciatore prestato alla propria nazionale: nel caso dell'Inter, con cinque giocatori nel giro azzurro, l'incasso minimo per il solo mese della fase a gironi supererebbe il milione di euro.
Complessivamente, la Serie A si spartirebbe una torta di circa 7-8 milioni di euro derivante dai soli convocati dell'Italia.
Allargando l’orizzonte al sistema-Paese, la questione si fa più sfumata. La letteratura economica ha spesso cercato una correlazione tra successi sportivi e crescita economica.
Alcuni modelli stimarono che il trionfo a Euro 2020 (giocato nel 2021) produsse un incremento del PIL tra lo 0,3% e lo 0,6%, trainato dai consumi per generi alimentari, tecnologia, abbonamenti televisivi e pubblicità. Tuttavia, questi benefici sono spesso compensati dalle ore di lavoro perse a causa dell'euforia collettiva o della distrazione lavorativa durante i match.
Se la partecipazione al Mondiale 2026 venisse vissuta come un successo collettivo dopo dodici anni di digiuno, gli effetti potrebbero essere simili, seppur di portata minore rispetto a una vittoria finale.
È interessante notare come la correlazione tra fallimento sportivo e crisi economica sia tutt'altro che scontata: studi sull'economia britannica post-esclusioni dai Mondiali del '74 e '78 mostrarono tassi di crescita superiori al PIL potenziale, suggerendo che la mancata qualificazione possa essere, in termini macroeconomici, quasi ininfluente.
In definitiva, cosa verrebbe a mancare all'Italia in caso di nuovo fallimento? Al netto di qualche televisore venduto in meno o di un leggero calo nel settore del betting (che durante Euro 2024 ha generato scommesse per 790,5 milioni di euro), il vero danno sarebbe d'immagine.
Si perderebbe l’occasione di utilizzare la vetrina mondiale per promuovere il "Made in Italy" in un mercato nordamericano dove l'attesa per gli Azzurri è febbrile.
Più che una necessità economica per un'industria nazionale che spesso cammina sulle proprie gambe, il Mondiale 2026 rappresenta la prova del nove per capire se il calcio italiano sia ancora un settore capace di generare valore ed emozione a livello globale.