Mentre il modello multiproprietà sembrava il futuro, la holding del Liverpool congela i piani: tra paletti UEFA e rischi finanziari, la strategia cambia.
Anfield Road visto dall'alto (Foto x.com/GalaweltDEU)
Il modello della Multi-Club Ownership (MCO) è stato, negli ultimi anni, il vero mantra del calcio globale. Se non avevi una galassia di club satellite, eri considerato fuori dai giochi. Eppure, il vento sembra stia cambiando.
Il caso più emblematico è quello di Fenway Sports Group (FSG), la proprietà del Liverpool, il cui ambizioso progetto di espansione appare oggi, secondo fonti vicine al gruppo, "dormiente". Ma cosa si cela dietro la frenata di uno dei gruppi sportivi più esperti al mondo?
Nel 2024, FSG aveva richiamato Michael Edwards (storico ex DS dei Reds) con un ruolo di alto profilo come CEO of Football, affidandogli una missione precisa: trovare un secondo club da acquisire. L’obiettivo era chiaro: creare una sinergia tecnica e finanziaria sul modello City Football Group o Red Bull, facilitando il player trading e la crescita dei talenti.
Nonostante i sondaggi approfonditi per club come Getafe, Malaga, Bordeaux e, come rivelato recentemente da The Athletic, persino per una quota di minoranza nel Monaco, nulla si è concretizzato. Oggi, quella ricerca febbrile sembra essersi trasformata in una prudente attesa.
Ma cosa ha spinto un colosso pragmatico come FSG a tirare il freno a mano proprio quando sembrava pronto all'affondo? La risposta non risiede in un singolo fallimento, ma in un mix di cautela finanziaria e labirinti burocratici che hanno trasformato un’opportunità in un potenziale autogol.
In primo luogo, pesano come macigni le incertezze normative della UEFA. Il recente caso del Crystal Palace, frenato nelle coppe europee proprio a causa delle partecipazioni incrociate, ha inviato un segnale d'allarme a tutto il settore.
Per il gruppo di Boston, l'incubo di vedere il Liverpool limitato nel suo cammino in Champions League a causa di una partecipazione nel Monaco è un rischio semplicemente inaccettabile. Le regole sulla multiproprietà sono oggi un terreno scivoloso dove il confine tra sinergia e conflitto d’interessi è diventato pericolosamente sottile.
C'è poi una questione di sostenibilità e struttura finanziaria. Se da un lato il modello Red Bull eccelle, dall'altro realtà come l'Eagle Football Group di John Textor hanno mostrato quanto possa essere turbolento gestire un impero multi-club senza finire in affanno economico. FSG è storicamente un gruppo "avverso al rischio": non cerca l'azzardo, ma la stabilità. Di fronte a dossier tecnicamente complessi e mercati instabili, la proprietà ha preferito la ritirata strategica piuttosto che un salto nel buio.
Infine, stiamo assistendo al tramonto dell'entusiasmo cieco verso questo modello. La sensazione, condivisa anche da chi ha vissuto dall'interno la galassia del Manchester City, è che la "corsa all'oro" delle multiproprietà sia finita. Non è più considerata la bacchetta magica per risolvere i problemi di scouting, ma un’operazione che richiede sforzi gestionali immensi e che rischia di drenare risorse alla "nave ammiraglia": il Liverpool.
Il fatto che un colosso come FSG abbia deciso di mettere il progetto nel cassetto suggerisce che l'era della crescita incontrollata delle multiproprietà potrebbe aver raggiunto il suo picco.
Se i grandi player iniziano a vedere più insidie che opportunità, il panorama del calcio europeo potrebbe tornare a una dimensione più frammentata, o quantomeno più regolamentata. Per Michael Edwards e il Liverpool, il futuro rimane solido, ma la visione di un impero interconnesso sotto il marchio Fenway sembra, per ora, destinata a rimanere sulla carta.