Cosa sta succedendo a Castore?

Il brand inglese è stato molto criticato in Olanda. E Genoa e Newcastle hanno detto addio: c’è qualcosa che non va?

Anche gli sponsor tecnici possono vivere, quasi come le squadre di calcio, periodi di difficoltà. Fra questi vi è Castore, brand nato nel 2016 in Inghilterra.

Un marchio giovane ma che si è dimostrato subito ambizioso. Fondato solo nel 2015 dai fratelli di Liverpudli Phil e Tom Beahon, il marchio era inizialmente noto per la sua affiliazione con il tennis e in particolare con Andy Murray, che è diventato azionista nel gennaio 2019.

A questo è seguito un passaggio al cricket, con le Indie Occidentali che hanno firmato un accordo triennale per la produzione del loro kit ufficiale. Ma la forza emergente non si accontentava certo di questo e aveva velleità che andavano ben oltre i risultati raggiunti fino a quel momento.



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Da qui la decisione di Castore di assaggiare due delle pratiche sportive più famose e seguite al mondo: il calcio e l’automobilismo. Il prepotente ingresso in scena si è materializzato con gli accordi con Rangers, Wolves, Newcastle, Bayer Leverkusen e Siviglia, oltre che, per quanto riguarda la Formula 1, con la McLaren. In Italia il brand è arrivato sulle maglie del Genoa, dopo aver a lungo flirtato con Napoli, Roma e Lazio.

Per un periodo, il neonato marchio inglese sembrava semplicemente inarrestabile, quasi pronto a diventare una potenza del calibro di Nike, adidas e Puma. Ad attirare società e atleti la capacità do Castore di offrire prodotti in tempi rapidi e su misura oltre che degli accordi commerciali improntati su un modello di crescita incentivata a vantaggio di entrambe le parti.

Decisamente singolare proprio quest’ultima caratteristica di Castore. Il brand ha introdotto sul mercato un meccanismo innovativo di relazione con i propri partner: Castore permette di condividere i benefici della crescita delle vendite attraverso un tasso di royalty variabile.

Qualora vengano raggiunti gli obiettivi di fatturato concordati, le società ricevano una percentuale di royalty maggiore e, di contro, il brand ha il vantaggio economico derivante dalle vendite. Nei primi anni questo ha funzionato praticamente alla perfezione. Ma recentemente qualcosa del meccanismo sembra essersi incrinato.



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La repentina crescita di Castore, infatti, ha creato un effetto boomerang che sta danneggiando il brand stesso. Con l’aumentare delle sponsorizzazioni, specie quelle di alto livello, il quality control dell’azienda si è affievolito e l’efficenza ridotta. Molti club hanno iniziato a lamentare dei problemi legati sia alle qualità del materiale ricevuto, con maglie che si strappano al minimo contatto o che perdono le patch durante le gare, sia legati all’invio dei kit stessi, spesso giunti in ritardo o con errori di manifattura.

La conseguenza è la fuga dei club dal brand. Il Genoa ha rotto il proprio legame dopo un solo anno, per giunta nell’estate del ritorno in Serie A. Una mossa sorprendente, dal momento che i liguri avevano interrotto in maniera brusca con Kappa proprio per firmare con gli inglesi. I rossoblu sono l’emblema di quanto spiegato prima: l’addio con Castore è stato frutto di problemi di fornitura costanti susseguitisi nella stagione 2022/23. Spesso lo store genoano si è ritrovato sprovvisto di maglie da gioco, pantaloncini e felpe.

Il club italiano non è tuttavia l’unico che Castore ha perso recentemente. Anche il Newcastle saluterà il brand per passare ad adidas nel 2024, togliendo all’azienda di Manchester uno dei principali cavalli di battaglia. E persino in Olanda, dove Castore veste i campioni in carica del Feyenoord, la qualità delle maglie sta facendo molto discutere. Qualcosa, in Castore, deve dunque cambiare, per evitare di disperdere gli ottimi primi anni di lavoro.



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