Proprietà dei club di Premier League: boom statunitense declino britannico

In Premier League stanno scomparendo le proprietà inglesi, in crescita quelle americane e di altri paesi

(Photo by Stu Forster/Getty Images)

La Premier League, uno dei campionati di calcio più prestigiosi e seguiti al mondo, sta vivendo una trasformazione significativa nella struttura delle sue proprietà. Con l'inizio della stagione 2025/26, l'influenza degli investitori stranieri, in particolare quelli provenienti dagli Stati Uniti, è in forte espansione, mentre la presenza britannica si riduce a una manciata di club.

Secondo un’analisi condotta da The Athletic, solo cinque club della Premier League hanno azionisti di maggioranza britannici. Tra questi spicca Tony Bloom, che detiene il 96% del Brighton and Hove Albion, la quota più alta di proprietà britannica in un singolo club. A seguire, Matthew Benham possiede una partecipazione significativa nel Brentford, superando i due terzi delle quote.

Il Tottenham Hotspur vede il 66% delle sue azioni in mani britanniche, ma il principale azionista, il fondo fiduciario della famiglia Joe Lewis, controlla solo il 61% del club londinese. Ancora più frammentata è la situazione per West Ham United (39% detenuto da azionisti britannici) e Manchester United (29%), dove le quote britanniche rappresentano la partecipazione più alta, ma non raggiungono la maggioranza assoluta. Questo evidenzia come, anche nei club storici, l'influenza britannica stia diminuendo.

Il dominio statunitense

Gli Stati Uniti stanno diventando il fulcro della proprietà nella Premier League. I dati mostrano che il 49% delle azioni dei 20 club del campionato, quando ricondotte a singoli individui, appartiene a cittadini americani. Questo trend è confermato da recenti operazioni, come l'acquisizione da parte del Friedkin Group di una quota significativa dell’Everton e lo scambio di partecipazioni tra Woody Johnson e l’ex azionista del Crystal Palace, John Textor. 

Dieci dei 20 club di Premier League hanno un azionista di maggioranza o una compagine di maggioranza statunitense. Tra questi troviamo Arsenal (di proprietà al 100% di Stan Kroenke), Fulham (anch’esso interamente controllato da Shahid Khan), Aston Villa, Bournemouth, Burnley, Chelsea, Leeds e Liverpool. Questo dominio riflette l’attrattiva economica del calcio inglese per gli investitori americani, che vedono nella Premier League un’opportunità di business globale.

L’influenza di altri paesi

Al di fuori di Regno Unito e Stati Uniti, diverse nazioni detengono quote significative nei club della Premier League. Il Regno Unito, con il 22% delle azioni totali, è al secondo posto, seguito da Cina, Grecia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Svizzera, ciascuna con una quota compresa tra il 4% e il 5%. Paesi come Uruguay, Egitto e Repubblica Ceca rappresentano l’1-2% delle partecipazioni, mentre il 2% è attribuito a “istituzioni e altre entità”.

Tra i proprietari non britannici o americani, spiccano figure di spicco. L’egiziano Nassef Sawiris è co-maggioritario dell’Aston Villa, mentre lo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan degli Emirati Arabi Uniti controlla il Manchester City. In Grecia, Evangelos Marinakis è il proprietario del Nottingham Forest, mentre lo svizzero Kyril Louis-Dreyfus guida il Sunderland. Infine, il Public Investment Fund (PIF) dell’Arabia Saudita, sotto il controllo del principe ereditario Mohammed bin Salman, detiene la proprietà del Newcastle United, un’operazione che ha suscitato grande attenzione mediatica negli ultimi anni.

Tendenze e prospettive future

La crescente presenza di investitori stranieri, in particolare americani, riflette la trasformazione della Premier League in un fenomeno economico globale. I club inglesi non sono più solo squadre di calcio, ma veri e propri brand internazionali, attraenti per investitori che vedono opportunità di profitto in stadi pieni, diritti televisivi e merchandising. Secondo un rapporto di Deloitte (2025 Football Money League), la Premier League continua a generare ricavi record, con un fatturato complessivo dei club che supera i 6 miliardi di sterline, rendendola il campionato più redditizio al mondo.

Questa internazionalizzazione solleva interrogativi sul futuro del calcio inglese. Se da un lato gli investimenti stranieri portano capitali e infrastrutture moderne, dall’altro c’è il rischio che i club perdano parte della loro identità locale. Ad esempio, l’acquisizione del Newcastle da parte del PIF ha generato dibattiti su questioni etiche e sul coinvolgimento di fondi sovrani nel calcio. Tuttavia, il successo sportivo di club come il Manchester City, sostenuto dagli investimenti emiratini, dimostra che una gestione oculata può tradursi in trionfi sul campo.

La Premier League del 2025 è un campionato sempre più globale, con gli Stati Uniti che dominano la scena proprietaria, seguiti a distanza dal Regno Unito e da una varietà di investitori internazionali. Se Tony Bloom e pochi altri rappresentano l’ultima roccaforte britannica, il futuro sembra orientato verso un’ulteriore espansione dell’influenza straniera. Tuttavia, il fascino della Premier League rimane intatto, grazie alla sua capacità di attrarre capitali e talenti da tutto il mondo, mantenendo il suo status di competizione calcistica di riferimento.


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