Il piano di 900 pagine di Roberto Baggio per risollevare il calcio italiano: un’occasione persa

Nel 2010, dopo il flop mondiale della Nazionale, Roberto Baggio propose un piano rivoluzionario di 900 pagine per riformare il calcio italiano, puntando su scouting, formazione tecnica e valori etici: approvato ma mai finanziato, il progetto rimase lettera morta, portando alle dimissioni del “Divin Codino” nel 2013, un’occasione persa che, alla luce della crisi attuale, solleva una domanda: e se quel piano avesse cambiato tutto?

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Nel 2010, dopo la disfatta della Nazionale italiana al Mondiale in Sudafrica, Roberto Baggio, uno dei più grandi talenti del calcio mondiale, fu chiamato a ricoprire il ruolo di presidente del Settore Tecnico della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC). Nominato il 4 agosto 2010 su proposta del presidente FIGC Giancarlo Abete e con il consenso di Renzo Ulivieri, presidente dell’AIAC, Baggio presentò un ambizioso progetto di riforma: un documento di 900 pagine intitolato “Nuove attività del Settore Tecnico di Coverciano”. Questo piano, concepito per rivoluzionare la formazione giovanile e il sistema calcistico italiano, rimase però lettera morta, portando alle dimissioni di Baggio nel 2013.

Il contesto: un calcio italiano in crisi

L’Italia arrivava dal trionfo del Mondiale 2006, ma il 2010 segnò un punto di svolta negativo. La Nazionale, guidata da Marcello Lippi, uscì al primo turno in Sudafrica, ultima nel girone con Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda, racimolando solo due punti. La delusione sportiva, unita alla necessità di rinnovare un movimento calcistico in declino, spinse la FIGC a coinvolgere Baggio, Pallone d’Oro 1993 e simbolo del calcio italiano. L’obiettivo era chiaro: “rilanciare i vivai, potenziare la formazione tecnica e valorizzare il talento".

Baggio, nominato il 4 agosto 2010, prese il compito con estrema serietà. In un comunicato FIGC del 15 dicembre 2010, si legge che il “Divin Codino” presentò le linee guida del suo progetto a Coverciano, davanti al presidente Abete e al direttore generale Antonello Valentini, sottolineando l’importanza di “capacità tecniche e valori morali” come pilastri per il futuro del calcio italiano.

Il piano di Baggio: un progetto visionario

Il documento di 900 pagine, completato nel dicembre 2011, rappresentava un’analisi dettagliata dei problemi del calcio italiano e proponeva soluzioni innovative. Il piano mirava a rinnovare dalle fondamenta la formazione di chi insegna calcio ai bambini e ai ragazzi, con l’obiettivo di crescere buoni calciatori ma soprattutto buone persone. Tra i punti salienti emergono:

- Riforma della formazione tecnica: Baggio proponeva di migliorare la qualità degli istruttori federali, richiedendo una laurea, un passato da calciatori professionisti e competenze educative. L’obiettivo era creare una nuova generazione di allenatori capaci di insegnare tecnica, etica e valori sportivi.

- Scouting capillare: il piano divideva l’Italia in 100 distretti calcistici, ciascuno supervisionato da tre allenatori federali, per visionare 50.000 partite all’anno e individuare talenti precocemente. Questo sistema prevedeva un’interazione quotidiana con i settori giovanili dei club.

- Database multimediale: Baggio immaginava un sistema informatizzato per catalogare esercitazioni, test e partite filmate, creando un archivio nazionale per monitorare lo sviluppo dei giovani calciatori.

- Focus sul talento: il piano enfatizzava il “rapporto con la palla” e test misti (fisici e tecnici) per valutare i giovani, evitando un approccio basato solo sulla prestanza fisica, ritenuto “avulso dal contesto di gioco”.

- Gruppo di studio permanente: ricercatori federali e stagisti universitari avrebbero collaborato con allenatori sul campo per raccogliere dati e sviluppare metodologie innovative.

- Etica e valori: il progetto poneva l’educazione morale al centro, con l’obiettivo di formare non solo atleti, ma cittadini responsabili, un aspetto sempre caro a Baggio.

Il piano fu elaborato con il contributo di 50 collaboratori, tra cui consulenti esterni, e richiese un anno di lavoro. L’obiettivo era ridare centralità alla formazione tecnica e morale dei giovani calciatori per costruire un sistema di scouting moderno e rivitalizzare i vivai.

La presentazione e il mancato seguito

Il progetto fu presentato al Consiglio Federale FIGC nel dicembre 2011, ma, come denunciato da Baggio, l’esperienza fu deludente. In un’intervista al TG1 del 23 gennaio 2013, l’ex campione spiegò: “Abbiamo fatto cinque ore di anticamera e avuto solo un quarto d’ora per presentare il progetto. È stato approvato, sono stati stanziati 10 milioni, ma non ho ricevuto i fondi, e tutto è rimasto sulla carta”. La FIGC, in una replica ufficiale dello stesso giorno, confermò l’approvazione del piano e lo stanziamento, ma precisò che il progetto era stato modificato: inizialmente focalizzato sullo scouting, fu riorientato verso la formazione dei tecnici, poiché lo scouting era competenza del Club Italia e di Arrigo Sacchi.

Il presidente Abete, commentando le dimissioni di Baggio, dichiarò a Ginevra: “Baggio non sentiva come suo quel ruolo dirigenziale, non lo gratificava. Non sono sorpreso dal suo annuncio, me lo aveva anticipato”. Abete sottolineò che i fondi erano disponibili, ma il Settore Tecnico, sotto la guida di Baggio, non aveva dato seguito alle modifiche concordate, come la creazione di centri federali con la Lega Dilettanti. Questa divergenza di visione fu cruciale: Baggio voleva un ruolo operativo, mentre la FIGC sembrava relegarlo a una posizione più rappresentativa.

Le dimissioni di Baggio

Il 23 gennaio 2013, Baggio annunciò le dimissioni, motivandole con la mancanza di supporto. “Non mi è stato permesso di lavorare,” dichiarò al TG1. “Il mio programma di 900 pagine è rimasto lettera morta. Non amo occupare poltrone, ma fare le cose”. L’ex campione lamentò anche la sua marginalità nel Consiglio Federale, dove non aveva diritto di voto e partecipò solo a 3 delle 23 riunioni, ritenendole irrilevanti per il suo incarico. La FIGC, pur esprimendo stima per Baggio, non implementò il piano, e l’esperienza si concluse senza risultati concreti.

Un’occasione persa

Il piano di Baggio era super dettagliato e anticipava molte delle criticità emerse negli anni successivi, come la scarsità di talenti italiani e il declino della Nazionale. Dopo il 2010, l’Italia ha mancato la qualificazione ai Mondiali 2018 e 2022, e il progetto di Baggio è stato spesso citato come un’opportunità sprecata e noi italiani non sapremo mai se questo avrebbe fatto la differenza, ma di sicuro, allora come oggi, il calcio italiano aveva realmente bisogno di cambiamenti profondi.

Il documento “grida ancora vendetta” di fronte alla crisi attuale, con la Nazionale in difficoltà nelle qualificazioni al Mondiale 2026, il CT Spalletti dimissionato dal presidente Gravina e un movimento calcistico privo di visione strategica. La vittoria di Euro 2020 ha mascherato temporaneamente i problemi strutturali, ma il piano di Baggio, con il suo focus su scouting, tecnologia e valori, avrebbe potuto invertire la rotta.

Insomma, il piano di 900 pagine di Roberto Baggio rappresentava una visione moderna e lungimirante per il calcio italiano, basata su scouting capillare, formazione di qualità e valori etici. Nonostante l’approvazione iniziale e lo stanziamento di 10 milioni, la mancanza di fondi effettivi e una divergenza di obiettivi con la FIGC ne decretarono il fallimento. Le dimissioni di Baggio nel 2013 segnarono la fine di un progetto che, se implementato, avrebbe potuto cambiare il destino del calcio italiano. Oggi, mentre la Nazionale affronta uno dei periodi più oscuri della su gloriosa storia, il “dossier Baggio” rimane un monito sulle occasioni perdute e sull’urgenza di riforme strutturali.

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