Protagonisti della Football Industry: intervista a Stefano Marchesi

Oggi siamo in compagnia di Stefano Marchesi, Football Public Relations Specialist che segue diversi professionisti del mondo del calcio, nonché calciatori professionisti in attività di alto profilo, con un passato da direttore della comunicazione in squadre di Serie A e partner di un’importante agenzia di procura sportiva che gestisce molti top player.

Innanzitutto, benvenuto su Social Media Soccer, Stefano. Puoi spiegarci brevemente come si sviluppa il flusso di lavoro di un Football Public Relations Specialist?

“Mi fa piacere essere vostro ospite e poter condividere con voi qualche aspetto della mia professione.

È un lavoro molto complesso e delicato, che coinvolge la sfera personale e professionale di calciatori e allenatori. Per poter gestire l’immagine e le pubbliche relazioni di profili importanti è necessario innanzitutto avere una profonda conoscenza delle dinamiche di questo ambiente, delle enormi opportunità ma anche dei potenziali rischi. Tutto si basa sul rapporto personale con l’assistito, ci devono essere empatia, fiducia e trasparenza.

Proprio per questo una parte importante del mio lavoro è saper scegliere i clienti dopo un periodo di test, nel quale si verifica la compatibilità di valori, idee ed etica lavorativa”.

Cosa hanno in comune il ruolo di Direttore della Comunicazione di Udinese e Hellas Verona che hai ricoperto in passato, col ruolo di PR Manager? C’è un aneddoto che puoi raccontarci?

“Cambia sostanzialmente il focus, l’obiettivo del lavoro si sposta da un intero club al singolo professionista.

Il rapporto è più diretto, c’è meno dispersione di energie e di tempo, di riflesso l’efficacia del lavoro è più tangibile, anche su base quotidiana. Di aneddoti ce ne sarebbero decine, ma la soddisfazione più grande è sicuramente vedere che, anche con gli assistiti più importanti, c’è totale sintonia di pensiero e azione.

La loro fiducia deve sempre essere ripagata con i risultati, in questo settore e a questi livelli non c’è spazio per improvvisazione e dilettantismo”.

Cosa vuol dire, nel paradigma attuale di mercato della Football Industry curare l’immagine di un atleta e, quali sono i principali obiettivi da raggiungere ma anche le insidie? 

"La comunicazione significa per il calcio miliardi di introiti ogni anno, tra diritti televisivi e sponsor, per questo è importante curare i dettagli in modo maniacale. Prevenire i problemi è fondamentale, educare gli assistiti a comprendere le opportunità e i rischi è la logica conseguenza di un approccio altamente professionale. La tutela dell’immagine e la sua valorizzazione sono l’obiettivo principale. Il pericolo è rappresentato dalla superficialità e dalla sottovalutazione dei potenziali rischi che possono compromettere una stagione o addirittura una carriera".

Nei rapporti diretti con gli atleti, ti capita che loro ti chiedano consigli sul cosa e sul come fare delle pubblicazioni sui loro account social, o in certi casi, per atleti di alto lignaggio e in virtù di determinate attivazioni con i brand, ti sei mai trovato in prima persona a gestire i contenuti sui loro social?

“I social sono la punta dell’iceberg nella comunicazione moderna.

Sono forse lo strumento più visibile, del quale mi occupo solo perché fanno parte della strategia generale di PR. Ma alla base di tutto c’è un enorme lavoro quotidiano con la stampa, fatto di relazioni quotidiane, condivisione e confronto. Giornali, tv, radio e portali web sono strumenti di comunicazione di massa che hanno un ruolo centrale nella strategia di gestione dell’immagine di un professionista, allenatore o calciatore, top level.

Per chi fa il mio lavoro, organizzare, gestire e preparare un’intervista o una conferenza stampa è una sfida che si rinnova ogni volta. La realtà è che a questi livelli la responsabilità è talmente alta che non ci si annoia mai”. 

Nella cura dell’immagine all’esterno di un atleta top ci sono diverse figure che entrano in gioco, come il procuratore sportivo.

Ci sono stati casi nei quali la tua figura si è affiancata a quella del procuratore sportivo, se sì, ti è mai capitato di dover ricoprire più ruoli manageriali, per favorire la chiusura di determinate trattative?

“Credo profondamente nella specializzazione, ognuno deve fare il suo mestiere e farlo al meglio.

Nella mia esperienza, la sinergia tra agente e PR ha trovato la sua massima espressione nella gestione del trasferimento di Lukaku dal Manchester United all’Inter con Federico Pastorello e la sua struttura. Mesi di preparazione, settimane di trattative, un’altalena di emozioni e colpi di scena che ha tenuto sulle spine gli appassionati di calcio di mezza Europa.

Il lieto fine ha coronato i nostri sforzi, ma a prescindere dal buon esito c’è stato uno straordinario lavoro di squadra che ha contribuito alla riuscita dell’operazione, il trasferimento più oneroso della storia dell’Inter”.

All’inizio del 2019 hai iniziato una proficua partnership con P&P Sport Management l’agenzia di procuratori della famiglia Pastorello. Che tipo di ruolo sei andato a colmare in questa struttura internazionale con la tua esperienza?

“Conosco la famiglia Pastorello dal 1996. Un rapporto umano splendido prima ancora che professionale.

Ho lavorato 7 anni con Giambattista Pastorello, papà di Federico e Andrea, all’Hellas Verona, dove sono nato e cresciuto professionalmente.

Poi ho proseguito la carriera nel calcio con le mie gambe, mantenendo sempre un ottimo rapporto con la famiglia. La grande soddisfazione è stata quella di essere chiamato da Federico e Andrea un anno fa per avviare una partnership con P&P con l’obiettivo di offrire un supporto di alto livello agli assistiti dell’agenzia nell’ambito della comunicazione e delle pubbliche relazioni. A distanza di tempo, è stata una scelta intelligente e soddisfacente per entrambe le parti”.

Cosa consiglieresti a un giovane che decida di rimboccarsi le maniche voler diventare il prossimo Stefano Marchesi?

“L’ossessione per il miglioramento è la chiave di tutto.

Essere competenti, ambiziosi, determinati e disposti a sacrificarsi sempre per raggiungere i propri obiettivi. Nulla arriva per caso, per questo sono convinto che la meritocrazia sia un concetto astratto. Non esistono cose che meritiamo di avere, solo cose che siamo in grado di conquistare e guadagnare col duro lavoro e la resilienza. Tutto ciò che ho costruito nella vita è dovuto alla mia mentalità. Ma vi posso assicurare che Stefano Marchesi ha ancora molto da fare e conquistare. Il meglio deve ancora venire”.

In conclusione, puoi parlarci del tipo di formazione e percorso lavorativo che ti ha permesso di ricoprire un ruolo tanto importante nel calcio contemporaneo?

“Alla base c’è una predisposizione naturale e la capacità di intuire, leggere ed elaborare le cose in modo non comune.

La formazione è un percorso iniziato molti anni fa, ma la maggior parte di quel che so l’ho imparato lavorando sul campo. L’esperienza è fondamentale e lavorare con persone migliori di me all’inizio della mia carriera mi ha consentito di apprendere come una spugna. Negli ultimi anni ho studiato molto e approfondito in modo specifico tutti gli aspetti del marketing strategico e operativo, con un percorso alternativo rispetto a ciò che si apprende negli studi universitari. Un mix di tutte queste cose ha contribuito ai risultati che ho ottenuto finora, ma la fase di apprendimento non finisce mai, soprattutto lavorando a questi livelli”.

Alessio Fasano

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