God save the queen, football save the betting

La Premier League è stato il primo campionato europeo ad iniziare il processo di branding nell’industira del calcio.

Le capacità manageriali sviluppate dai singoli club hanno portato benefici a tutto il sistema, ponendo il campionato della Regina Elisabetta al top su scala mondiale.

Le attività portate avanti singolarmente dai club e sinergicamente dalla Football Association hanno dato la possibilità di attrarre ingenti risorse economiche suddivise tra i club in modo da mantenere elevata la competitività interna.

Non è un caso, ad esempio, che il Manchester United posizioni il suo brand tra i primi posti della classifica da molti anni nonostante i risultati del campo non siano in linea con le aspettative della grandezza della squadra.

Secondo il report 2019 Football Money League realizzato da Deloitte UK, sono ben nove i club di Premier League tra le top20 squadre europee per fatturato. Sei se consideriamo le prime dieci posizioni. Un dominio assoluto sotto il profilo economico e commerciale che è appunto sotto l’occhio di tutti.

Anche squadre meno blasonate come Everton, Newcastle e West Ham occupano posizioni insospettabili, a discapito di realtà come il Napoli che negli ultimi anni ha raggiunto risultati migliori anche nelle competizioni europee.

Sponsor di maglia

Da dove nasce tanta ricchezza?

Uno degli aspetti che geenra la liquidità sta negli sponsor di maglia delle squadre di Premier League.

Secondo uno studio realizzato da Sporting Intelligence, la vendita del jersey sponsor in Premier League genera un giro d’affari di 349.1 milioni di sterline. In crescita del 7% rispetto alla stagione precedente. Un dato impressionante se comparato con il nostro campionato, e pensando al recente accordo siglato dalla Juventus con Jeep che porterà nell casse dei bianconeri 42 milioni a stagione.

Un accordo che, rapportato al cambio euro/sterlina, posizionerebbe la Juventus al 6° posto in quella classifica.

Nella comparazione con il nostro campionato, però, risulta ancora più interessante analizzare da che macro settori industriali arrivano gli sponsor delle squadre di Premier.

Uno studio realizzato da Classic Football Shirts analizza l’evoluzione degli sponsor comparando quelli presenti oggi con quelli presenti nella stagione 1992-1993 e clusterizzandoli per settore di appartenenza.

Un dato salta all’occhio. E strappa il sorriso ai più attenti osservatori degli intrecci politico-sportivi del nostro Paese: 50% BETTING!

Un dato assurdo se pensiamo che recentemente, in Italia, tramite il Decreto Dignità si norma e si osserva che «è vietata qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro, comunque effettuata e su qualunque mezzo, incluse le manifestazioni sportive».

Con questa legge, in Italia, si stima una perdita di circa 100 milioni di euro.

Mentre in Inghilterra, il 50% delle squadre ha come main sponsor una società di betting, per un valore di circa 69 milioni di sterline (il 20% del totale).

La capacità di saper legare il proprio brand a quello di settori affini all’audience calcistica per reperire un elevato numero di risorse economiche.

Anche grazie alla visibilità online garantita dal club calcistico, di cui di seguito riportiamo una ripartizione sui 4 principali canali (Facebook, Twitter, Instagram e YouTube).

Un’elevata presenza di betting sponsor che porta anche a situazioni in cui due squadre si ritrovano a giocare con lo stesso sponsor durante una partita di Premier League. Come successo lo scorso settembre, senza creare troppo scalpore, a Crystal Palace e Wolves entrambe sponsorizzate da ManBetX.

L’analisi dei main sponsor della Premier League porta inevitabilmente a riflessioni sulle differenze riscontrate con la Serie A, di cui già avevamo parlato in precedenza in relazione alla nota vicenda Huddersfield – Paddy Power.

Quello che risulta evidente, però, è la diversa visione delle società di betting all’interno dell’ecosistema politico-sportivo del campionato inglese. Un settore perfettamente integrato nell’ecosistema, che si cerca di regolamentare piuttosto che di vietare.

Le riflessioni, a tal riguardo, sono da considerarsi dovute. Capire se rinunciare ad un settore industriale, laddove c’è un esempio virtuoso a livello europeo, può rivelarsi una scelta economicamente vantaggiosa?

Nel frattempo l’Inghilterra continua a crescere. E la capacità di attrarre risorse economiche aumenta il divario con gli altri campionati, incluso quello italiano.

God save the queen, football save the betting. 

Marco Pino

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