Festival della Serie A, la favola Como racconta da Suwarso e Ludi

La favola Como, dalla D alla Champions League, raccontata dal presidente Suwarso e dal direttore sportivo Ludi

Uno degli ultimi panel di giornata del Festival della Serie A con il presidente di uno dei grandi protagonisti dell’ultimo campionato: il Como di Mirwan Suwarso. Insieme a lui Carloalberto Ludi, direttore sportivo del club lombardo. 

Suwarso e il progetto laboratoriale del Como

“Acquistammo il Como per costruire un progetto per la realizzazione dei documentari. La Champions League, all’epoca, non era prevedibile e non era neanche pensabile. Al momento primordiale, nel 2019, non era questo l’obiettivo” – ha poi aggiunto - “Le decisioni vengono prese a maggioranza e questo crea rispetto reciproco. La scelta dei giocatori nasce da un business plan, rivisto ogni sei mesi. Nessuno viene additato per l’errore, ma si va avanti tutti insieme. Il fallimento, invece, fa parte del gioco. Tutti possono fare bene, ma se si inizia pensando che non si riuscirà alla fine non si riesce davvero. Quando abbiamo prefissato gli obiettivi ci siamo resi conto che Como era piccola. Così abbiamo pensato di costruire qualcosa al di fuori dalla città, mantenendo il carattere identitario. Sarò felice soltanto quando l’attività non football supererà quella sportiva. Como è un laboratorio di idee, un centro di sperimentazione. Quello che funziona verrà replicato con un modello multiservice. Stiamo lavorando con società di Premier League, di Serie A, in Arabia Saudita e in Spagna. Vogliamo aiutare gli club sul lato retail. Il modello Disney è un'inspirazione. Abbiamo puntato sul brand lago di Como per creare altri servizi. I nostri clienti più importanti sono oltre Oceano e non si concentrano soltanto sulle maglie, su cui parte del nostro business si basa. Ho detto alla famiglia Hartono soltanto dopo tre anni e la loro reazione, cambiata oggi, non è stata positiva. I figli vengono volentieri in Italia, resteranno al Como". 

Su Cesc Fabregas: 

“Lui si è presentato a noi con quaranta pagine di progetto. Per aiutarci a capire ci fa una sorta di piano. Dopo ogni partita fa una presentazione in Power Point per spiegare cosa ha funzionato e cosa no. Ha svolto il lavoro con grande umiltà. Ha una opzione di acquisto di alcune quote, che potrà attivare quando andrà via. L'anno scorso abbiamo ricevuto richieste da altri club che Fabregas stesso ha chiesto di rifiutare. Siamo consapevoli che un CEO non resta in un'azienda a vita. Se deciderà di restare sarà fantastico, ma ha diritto ad andare dove desidero". 

Sulla questione stadio e identitaria: 

“Speriamo di giocare la Champions League al Senigallia. Non vogliamo stravolgerlo. Gli stranieri apprezzano la rusticità del luogo. Ci sono persone disposte a pagare 400.000 per fare l'esperienza dello stile di vita italiano. Le radici attraggono dall'estero. L'ostieria dà l'italianità e non il ristorante stellato". 

Il progetto Como: 

“Siamo una start up. Abbiamo un piano quinquennale e uno decennale. Ho detto a Fabregas che sarebbe rimasto anche in caso di retrocessione”.

Ludi e il progetto sportivo del Como

“Ai tempi del primo colloquio con Suwarso non avevamo nulla, neanche i kit. Dalla Serie D alla Champions League si arriva con la progettazione e l’adeguamento dei progetti di business, con capacità di cambiare in corsa. Abbiamo un gruppo di lavoro ramificato. Noi partiamo da due pilastri: i dati, per oggettivare la scelta, con filtri tattici e tecnici nel gioco di Cesc Fabregas. Ci interessa il ragazzo, come si pone all’esterno, che viene avvallato appositamente dall’allenatore. 

Su Nico Paz:

"Se resta Nico Paz non possiamo saperlo. L’abbiamo valorizzato, posto al centro, aspettiamo con interesse, sperando di contare su di lui. La nostra fortuna è avere sempre un asso nella manica". 

Su Cesc Fabregas: 

“Cesc ci ha travolto tanto sino all'affido della panchina. Ha una competenza che non ho mai visto. Il suo lavoro è coerente con il modello di business del club. Fabregas è un fuoriclasse. Quotidianamente ha spinto sull'acceleratore: questo è il segreto del successo”.

La questione italiani: 

“Non è vero che non approcciamo il mercato italiano. L'orientamento metodologico di calciatori spagnoli è più facile da applicare al calcio di Cesc. La nostra speranza sarà quella di trovare italiani dal settore giovanile”.

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