La nuova geografia del calcio, intervista a Marco Bellinazzo

Una chiacchierata sui Paesi del Golfo, l’America e le multiproprietà

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A poco più di due settimane di distanza dalla Supercoppa italiana giocata in Arabia Saudita, ci si continua ad interrogarsi su quale sia la strategia adatta per il brand Serie A, per impattare in mercati importanti per il futuro come quelli del Medio Oriente.

Inoltre, l’ufficialità delle città e degli stadi che ospiteranno il prossimo Mondiale “americano”, ci ricorda quanto anche il movimento calcistico e politico statunitense stia facendo ulteriori passi verso una occidentalizzazione di questo sport.

Di come sta cambiando la geografia del calcio si è discusso in un’intervista con Marco Bellinazzo, giornalista specializzato in economia del calcio, autore di libri sul tema e penna de "Il Sole 24 Ore".

 

Ciao Marco, poco più di una settimana fa eravamo a Riyadh in occasione della seconda Supercoppa italiana consecutiva in questa città. Se ne disputeranno altre 3 nei prossimi anni. Qual è la sensazione che ti ha lasciato quest'ultima gestione di Lega Serie A in Arabia Saudita? Quanti margini di crescita ci sono effettivamente?

“È fondamentale essere presenti in nuovi mercati con una competizione come la Supercoppa. Le prossime 3 edizioni che si disputeranno qui vanno ben calibrate sfruttando l’esperienza di questa edizione che ci ha consegnato una lezione: ci sono 3 brand del calcio italiano conosciuti e seguiti nel mondo arabo e sono Juventus, Inter e Milan. Sarebbe quindi opportuno per ora andare a rigiocare la prossima edizione quando almeno 2, se non tutte e 3, saranno qualificate per la competizione”.

Proprio in Arabia Saudita c'è un campionato europeo che sta facendo grandi passi per accaparrarsi il posto migliore in questa parte di "nuovo mondo": ovvero LaLiga. Cosa hanno fatto gli spagnoli per avvantaggiarsi rispetto a tutti gli altri al cospetto dell'Arabia Saudita e di Mohammed bin Salman?

“Il loro caso è esemplare. Ormai da parecchi anni, dal 2017, LaLiga ma anche la stessa federazione spagnola hanno avviato diversi rapporti di collaborazione con l’Arabia Saudita. Da un lato la possibilità di far giocare diversi giocatori sauditi nel campionato spagnolo, per farli crescere e dare la possibilità di acquisire competenze tecniche che servono alla nazionale dell’Arabia Saudita. Dall’altro lato questo è anche un modo per permettere ai brand del calcio spagnolo di penetrare il mercato, con attività e collaborazione commerciali con partner locali. È un modello che ha funzionato e che dovrebbe essere un po’ il modello apri pista per quanto riguarda le attività della Serie A che non a caso vuole aprire quanto prima una sede a Riyadh, per rendere strutturali i rapporti col governo di questo Paese”. Si parla molto dei Paesi del Golfo al centro della nuova geografia del calcio, ma dall'altra parte c'è un gigante come l'America del Nord che con strategie e atteggiamento diverso, sta puntando anch'esso al calcio per aprirsi nuove strade e nuovi posizionamenti".

Qual è il punto di forza di questo movimento, e quale è il cavallo di Troia che stanno usando gli Stati Uniti per conquistare una parte di Occidente calcistico?

“Gli Stati Uniti organizzeranno il Mondiale per club nel 2025, quello per le Nazionali a 48 squadre nel 2026, e soprattutto sono sempre più protagonisti della scena sportiva globale grazie al peso politico che hanno acquisito all’interno della FIFA post Blatter. La presenza di fondi e presidenze americane nel contesto europeo è sempre più palese. Oggi esistono più di 120 multiproprietà che coinvolgono 300 club in giro per il mondo, e un terzo di queste afferiscono a proprietà appunto americane. Questo rappresenta chiaramente un modello di investimento che punta ad individuare quei club che possono produrre reddito, e che nell’ottica americana sono realtà che possono esprimere un valore economico, attraverso investimenti infrastrutturali come centri sportivi o stadi, oltre a poter rappresentare una base per creare valore attraverso la formazione di giocatori e relative plusvalenze”.

A proposito del soft power che alcuni paesi stanno esercitando attraverso il calcio per aprirsi a nuovi mercati e differenziare i business. Più di un anno fa è stato il turno del Qatar. Come va l'avanzamento qatariota? Pensi si sia fermato a causa della situazione contraddittoria e soprattutto delle accuse politiche avanzate contro il Qatar, oppure ci sarà un ritorno di fiamma?

“Direi che l’esperienza del Qatar, anche per le caratteristiche del Paese, ovvero il fatto che i qatarini sono qualche centinaia di migliaia rispetto all’intera popolazione di 2 milioni di persone principalmente composta da immigrati, fa comprendere il fatto che il loro interesse era prettamente un fatto geopolitico, più che una volontà di creare ed espandere il movimento del campionato locale. L’approccio geopolitico è testimoniato dall’investimento principe nel calcio che è il PSG. Un qualcosa che dura da decenni e rappresenta il traguardo massimo di questo modello di espansione legato al soft power e allo sport come piattaforma mediatica. In questo caso direi che l’obiettivo è stato raggiunto, quindi è stato naturale frenare gli investimenti dopo il Mondiale e concentrare tutto sul club francese e sulla Nazionale che comunque ha vinto l’ultima edizione della Coppa d’Asia”.

Per chiudere. Torniamo al discorso multiproprietà che sembra tra gli scenari più plausibili nel calcio futuro. Marco citami un aspetto sicuramente vantaggioso della logica delle multiproprietà nel calcio, e un aspetto svantaggioso.

“Parliamo di un modello che non sfugge a UEFA e FIFA ma che rispetto al quale si servono ancora di regolamentazioni insufficienti.  Sono modelli di governance nel calcio sicuramente interessanti che possono moltiplicare le sinergie dal punto di vista commerciale, in particolare nella formazione di calciatori. È naturale che rischiano di viziare il naturale corso delle attività sportive e gli obiettivi dei club che vengono in molti casi piegati alle logiche del gruppo di cui ne fanno parte. Questo dovrebbe indurre la UEFA, perché è in Europa che si concentra il maggior numero di multiproprietà, a individuare una regolamentazione adatta. Ci si sta lavorando, ovviamente non è semplice, perché al di là di casi eclatanti come il City Football Group e la Red Bull, esistono tanti micro-modelli che afferiscono a club limitrofi per quanto riguarda l’economia calcistica, per cui sembrano casi minori, ma i segnali che arrivano dalle comunità in cui queste proprietà vanno a svilupparsi sono inquietanti. Ci sono stati molti casi di rifiuto della proprietà straniera in alcune comunità, a causa del fatto che la squadra che si acquista viene inserita in delle logiche di crescita dell’economia del gruppo piuttosto che alle prospettive sportive del singolo club. È un fenomeno che va monitorato”.





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