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Umbro, il brand inglese compie novantacinque anni

Novantacinque anni di storia. Era il 1924 quando i fratelli Humphreys, in una bottega di Wilmslow, a sud di Manchester, fondarono il brand inglese Umbro.

Tanta la strada fatta da allora, e le pagine di storia scritte: nel 1934 Umbro vestì le due squadre protagoniste della finale di FA Cup, il Manchester City e il Portsmouth. Nel 1958 il Brasile di Pelè e Garrincha si laureò Campione del Mondo battendo in finale i padroni di casa della Svezia con il punteggio di 5-2. Per Umbro si trattò di un altro successo: a fornire le divise da gioco alla nazionale verdeoro fu proprio il marchio inglese.

Trascorsero otto anni e Umbro salì ancora una volta sul tetto del mondo grazie all’Inghilterra. I Tre Leoni infatti si aggiudicarono l’edizione di quel Mondiale, disputatosi proprio in terra inglese, avendo la meglio nella finalissima della Germania dell’Ovest: 4-2 il finale dopo i tempi supplementari.

Il binomio con il Brasile si rivelò vincente anche nel 1970, quando all’ Estadio Atzeca di Città del Messico, Pelè, Rivelino, Jairzinho e compagni, in quella che forse si è rivelata poi la squadra più forte nella storia del calcio, si sbarazzarono dell’Italia per 4-1.

Non solo maglie delle nazionali però.

Il Manchester United di Sir Alex Ferguson che nel 1999 centrò il Triplete: Premier League, Coppa

dei Campioni e FA Cup, vestiva divise Umbro Double Diamond.

Nel 2007 il brand Umbro passò, per 285 milioni di sterline, alla Nike, la quale a sua volta nel 2012 lo cedette all’Iconix Brand Group, società di brand management statunitense che divenne, e lo è tutt’ora, produttore e distributore dell’abbigliamento griffato col doppio rombo.

Oggi Umbro veste il West Ham, il Blackburn Rovers, il Bournemouth, il Werder Brema, il Norimberga, il Maiorca, il Nantes, il Cruzeiro, il PSV Eindhoven, e alcune nazionali come Canada ed Etiopia.

UMBRO E I SOCIAL

Sui social il brand inglese conta una fanbase di oltre 1.4milioni di follower: 700.263 su Facebook, 578.000 su Instagram e 141.555 su Twitter.

Jacopo Persico