Aleksander Čeferin tra l’incudine e il martello

Il numero uno della UEFA è arrivato alla ribalta per l’opposizione alla Superleague, ma la sua carriera professionale è cominciata molto prima.

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È l’uomo che ha consegnato la Coppa Delaunay a Wembley nelle mani di Giorgio Chiellini. Ma è, soprattutto, l’uomo che ha tenuto a galla la nave dell’UEFA nelle 48 ore di burrasca a seguito del comunicato “a sorpresa” che annunciava ufficialmente la nascita della Superleague.

Parliamo di Aleksander Čeferin, numero uno della massima organizzazione calcistica europea, che tra molte luci e qualche ombre, si sta imponendo come uno dei personaggi più influenti della politica sportiva degli ultimi anni: nel 2018 World Soccer e nel 2019 SportsProMedia, lo hanno inserito, appunto, tra i più potenti “influencer” dello sport.

Dallo Studio Legale alla Presidenza UEFA

La moglie Barbara lo ha descritto così in una recente intervista: “È particolarmente affettuoso, gentile, attento, molto protettivo come deve essere un uomo. Sebbene a volte possa essere severo”.

Attenzione e severità sembrano fattori essenziali per guidare un organo costantemente sotto pressione come l’UEFA. I rischi del mestiere possono portarti ad esser eletto come Presidente dopo uno scandalo mondiale come quello che coinvolse nel 2015 Michel Platini (di cui Ceferin è o era amico intimo), all’epoca numero uno appunto dell’UEFA, e coinvolto in un’indagine per corruzione legata all’assegnazione dei Mondiali al Qatar per l’edizione 2022.

Nel Settembre 2016, quindi, a seguito del Congresso straordinario di Atene, Ceferin conquistò la massima carica battendo l’unico avversario candidato, l’olandese Michael van Praag, con 42 voti contro 13, contando anche sull’appoggio della Federazione Italiana Giuoco Calcio guidata a quei tempi da Carlo Tavecchio.

Queste furono le sue prime parole rivolte ai massimi vertici del calcio europeo presenti: “Non vedo l’ora di collaborare con tutti voi per promuovere, proteggere e far crescere il calcio in tutto il continente e per far sì che la comunità del calcio europeo, sia sempre unita, ora ed in futuro.”

Apertura e collaborazione sono stati sin da subito le parole chiave del progetto politico di Ceferin

A testimonianza l’immediata apertura di un dialogo continuo con i membri del Parlamento Europeo, del Consiglio d’Europa e della Commissione Europea. Non un passaggio scontato, sino ad allora praticamente sconosciuto. Ceferin, dal primo giorno ha voluto instaurare un rapporto solido con l’Unione Europea per valorizzare il sistema calcio come fattore essenziale per lo sviluppo e l’educazione dei giovani, con un particolare focus sul settore femminile. I dati parlano per lui: nel 2018 sono stati approvati dall’UEFA i più alti finanziamenti di sempre per lo sviluppo del calcio femminile, più 50% rispetto al passato. Inoltre, Ceferin in persona ha partecipato alla firma del primo contratto di sponsorizzazione interamente dedicato al settore femminile tra UEFA e Visa. Un bel passo in avanti per tutto il sistema.  

Lo sport nel sangue

Uomo determinato, deciso e combattivo. Potremmo dire concreto.  

Quando aveva 19 anni si arruolò nell’Armata popolare jugoslava per militare nella divisione della Difesa territoriale delle Forze Armate slovene nella guerra dei 10 giorni, scoppiata nel 1991, in seguito alla dichiarazione d’indipendenza della Slovenia. Non è un self-made man, non è la storia dell’uomo creatosi da solo, ma non per questo il percorso sino all’ UEFA è stato semplice.

Dopo esser stato un giovanissimo e svogliato studente, figlio di un Avvocato e di un’accademica, Ceferin si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Lubiana, discutendo una tesi sul ruolo del Difensore civico dei diritti umani. Paradossalmente, qualche anno dopo, difenderà alcuni criminali di guerra slavi. Neolaureato entra a far parte dello studio legale di famiglia, dove inizia a formarsi, a conoscere ed entrare nel mondo del lavoro.

Da sempre, uno sportivo. Un uomo che ama l’adrenalina che solo alcune attività possono enfatizzare: appassionato di motori, ha attraversato ben cinque volte il Deserto del Sahara. Tra le altre cose, è cintura nera di karate. Sin da giovanissimo è stato attratto dal mondo sportivo e ben presto ne ha fatto un lavoro, visto gli scarsi risultati, tra l’altro, da bambino come centrocampista centrale.

L’inizio di un percorso

Da Avvocato inizia a rappresentare atleti e società sportive slovene. Il vero primo incarico, il primo passo verso ciò che è diventato oggi, fu l’ingresso, nel 2005, nel direttivo del Club di futsal FC Litija. Poi a seguire, nello stesso anno divenne membro del club amatoriale FC Ljubljana Lawyers e dal 2006 al 2011, occupandosi di affari legali, entrò a fa parte del Comitato esecutivo del NK Olimpija Ljubljana.

Continuò a studiare, a lavorare, ad aggiornarsi ed informarsi. I colleghi, gli amici, chi lo conosce raccontano della sua perseveranza, del coraggio e di una particolare determinazione, un’estrema devozione al lavoro. Questo si legge in diverse interviste che abbiamo intercettato online.

Le dimissioni di Platini come punto di svolta

Il punto di svolta nella sua carriera avvenne nel 2011 quando fu eletto Presidente della Federazione di calcio slovena. Questo il vero turning point della sua vita più che della sua professione.

Entra nella politica che conta del calcio europeo, inizia a tessere rapporti, a sviluppare progetti per il proprio Paese e non solo. Ricopre, dal 2011 al 2016, gli incarichi di secondo e terzo Vicepresidente della Commissione Legale UEFA.

Si afferma come manager preparato, giovane (in un sistema abbastanza arcaico) e rampante, si fa notare sino all’elezione “d’emergenza” come Presidente dell’UEFA nel 2016, confermata poi nel 2019 con il secondo mandato che lo vede ovviamente in carica ancora oggi. Hombre vertical, direbbero in Argentina.

In molti ne hanno conosciuto volto e pensiero nel marasma della Superleague pochi mesi fa, dove la sua figura è emersa come guida a difesa dell’intero movimento calcistico europeo. Il calcio è dei tifosi, ma in primis dell’UEFA. Ceferin si è dimostrato sin da subito contrario all’ipotesi di una “lega d’élite”. Dal primo giorno del suo incarico, dichiarando: “Non sono uno showman, non ho problemi di ego e non sono un uomo di promesse non realizzabili. Non sono un sognatore, sono un pragmatico. Sono certo che costruire ponti sia fantastico, ma costruirli per tutti è meglio”.    

Una delle ultime dichiarazioni, nello scorso giugno, ha lasciato tutti con il fiato sospeso: “Voglio soltanto dire che la giustizia è lenta, ma arriva sempre. Non sono entrato nello specifico delle competenze della nostra Commissione disciplinare, ma l'input è quello di risolvere la questione con i tribunali. Per come la vedo io non è uno stop definitivo: prima chiariamo le faccende legali e poi andiamo avanti", aggiungendo: "A volte ho la sensazione che questi tre club (Real Madrid, Barcellona e Juventus ndr) siano come i bambini che saltano la scuola per un po', non vengono invitati alle feste di compleanno e poi cercano di entrare al party con la polizia".

In particolare, facendo riferimento a qualche ombra nel suo profilo, c’è da sottolineare il rapporto con Andrea Agnelli, tra i Presidente più attivi nella questione Superlega. Un rapporto stretto, personale, intimo tanto da designare Ceferin come padrino di battesimo di una delle figlie del numero uno bianconero. Una questione che ha sempre creato dubbi e polemiche da parte degli altri club, convinti che questo potesse portare favori alla Società di Torino. Una dimensione oggi completamente ribaltata, causa Superleague: “Pensavo fossimo amici, ma mi ha mentito in faccia fino all'ultimo minuto dell'ultimo giorno, rassicurandomi che non ci fosse nulla di cui preoccuparsi. Mentre il giorno prima aveva già firmato tutti i documenti necessari per il lancio della Superleague.”

Altra macchia è sicuramente la gestione del fair play finanziario. Già nel 2016, appena salito in carica Ceferin dichiarò di voler riformare ed implementare il tutto, ma in realtà, questo non è mai avvenuto, anzi.

Spesso e volentieri, anche ultimamente, l’UEFA ha chiuso più di un occhio rispetto a Club “influenti” come Manchester City e Paris Saint Germain, penalizzando “pesci più piccoli”, non ultimo il caso Spezia. Questo è probabilmente la macchia più grande nel suo percorso fin qui, un approccio incoerente rispetto le premesse, ma evidentemente il business è business e l’UEFA ha, per ora, saputo reagire alla questione Superleague ma non a quella del fair play finanziario, confermando ancora una volta che le regole non sono sempre uguali per tutti.

Fair Play Sociale: la nuova era della UEFA

Se da una parte ha “peccato”, dall’altra ha perseguito una direzione decisa, prendendo la strada della responsabilità sociale d’impresa.

Durante la Presidenza di Ceferin, la UEFA è entrata in una nuova era, diventando un organo di “fair play sociale”, attraverso iniziative come la campagna #EqualGame, che promuove la diversità, l’inclusione e l’accessibilità nel calcio. Nel Novembre 2017, il Presidente sloveno ha aderito, inoltre, al movimento di solidarietà Common Goal creata dal calciatore Juan Mata, impegnandosi a devolvere l’1% del suo stipendio ai progetti dell’organizzazione e, nello stesso mese ed anno, è divenuto anche Presidente della UEFA Foundation for Children, organismo che sostiene i progetti umanitari di tutto il mondo a favore dei diritti dei bambini.

Un lato umano e sociale che la UEFA deve avere e che ha implementato grazie a Ceferin. Il profilo tracciato mostra un uomo determinato e attento che ha sicuramente portato la “sua” organizzazione lontana dagli ultimi scandali.

Quanto durerà tutto ciò? Riuscirà a mantenere l’integrità (sin dove possibile) dell’UEFA?

Per ora, rimane il Presidente che ha respinto con forza e coraggio la Superleague, divenendo per qualche giorno l’ultimo baluardo a rappresentanza del motto “Football is for the fans”.